I nuovi paesi membri dell'UE e l'immigrazione di forza lavoro, di Anna Irimias
mercoledì 18 ottobre 2006
nuovi_stati_membriL'Unione Europea ha percorso un lungo cammino da quando i sei Stati membri fondatori crearono la Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio nel 1951 e la Comunità Economica Europea nel 1957. Nel 1973 gli Stati membri sono passati da sei a nove e nel 1995 sono diventati quindici. Nel frattempo l'Unione Europea aveva creato un mercato unico e una moneta unica ed aveva esteso la propria agenda economica e sociale alla politica estera e di sicurezza. L'ultimo allargamento, che ha portato il numero di Stati membri da quindici a venticinque, è il più imponente della storia dell'Unione. Esso affonda le radici nel crollo del comunismo, simboleggiato dalla caduta del muro di Berlino nel 1989, che offrì la possibilità unica di far entrare nell'Unione i paesi ex-comunisti dall'Europa Centrale e Orientale. I dieci nuovi membri, ovvero Cipro, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia e Ungheria, sono ufficialmente entrati a far parte dell'Unione Europea il 1° maggio 2004, a conclusione di un lungo periodo di preparativi e di negoziati.

La via percorsa per entrare nella Comunità Europea è stata lunga e non priva di difficoltà. Nel 1993 il vertice europeo a Copenhagen garantisce la possibilità di adesione per i paesi ex-comunisti dell'Europa Centrale e Orientale. Le condizioni di base che uno Stato deve soddisfare per entrare a far parte dell'Unione sono: l'esistenza di istituzioni stabili che garantiscano la democrazia; lo stato di diritto, il rispetto e la tutela dei diritti dell'uomo e delle minoranze; l'esistenza di un'economia di mercato funzionante; la capacità di far fronte alle forze del mercato e alla pressione concorrenziale all'interno dell'Unione; la capacità di assumere gli obblighi che comporta l'adesione all'UE, compresi quelli connessi all'Unione economica e monetaria.
L'Ungheria e la Polonia presentano la loro richiesta per l'entrata nel 1994; nel 1995 la Bulgaria, l'Estonia, la Lettonia, la Lituania, la Romania e la Slovacchia fanno lo stesso; un anno più tardi vengono imitati dalla Repubblica Ceca e dalla Slovenia. Nel 1997 i candidati sono dodici, e l'Unione Europea inizia i negoziati con i sei paesi "più avanzati" - il cosiddetto gruppo di Lussemburgo (Estonia, Cipro, Ungheria, Polonia, Slovenia e la Repubblica Ceca) - seguendo un'agenda personalizzata basata sui meriti conseguiti e sul progresso effettivo dei paesi considerati.
Per gli altri sei le trattative hanno inizio nel dicembre del 1999 a Helsinki. Nel 2002 il Consiglio Europeo valuta che dieci dei dodici paesi candidati (con l'esclusione della Bulgaria e della Romania) sono pronti per entrare nella Comunità nel 2004. Il trattato di adesione viene infatti firmato ad Atene il 16 aprile del 2003.
In tutto questo lasso di tempo i cittadini dei paesi di nuova adesione sono stati informati continuamente sull'andamento e sui risultati delle trattative e il tema dell'entrata nella Comunità Europea è stato discusso ampiamente dai mass media dei singoli paesi interessati. Al contrario, l'opinione pubblica dei "vecchi 15" non ha seguito da vicino e con la stessa attenzione le lunghissime negoziazioni, e per questa ragione, nel momento in cui è arrivato il tanto atteso ingresso nella UE, è sembrato che ci si svegliasse tutto ad un tratto all'arrivo dei "vicini dell'Est".
A lungo, da parte dell'Occidente, sono state alimentate speranze ed aspettative sulla libertà individuale e sulle possibilità di poter scegliere il paese dove vivere. Ma le frontiere chiuse e controllate rigorosamente, le regole imposte sull'emigrazione e sul diritto di circolazione nei paesi comunisti hanno dato luogo ad un sistema relativamente funzionante ed efficiente che ha impedito il flusso migratorio di lavoratori "indesiderati". La paura e lo scetticismo dello "sconosciuto" fa sì che i cittadini dei nuovi paesi membri, nonostante il trascorrere di quasi vent'anni dalla fine del periodo sovietico, devono ancora combattere contro i luoghi comuni, il più importante dei quali è l'invasione del mercato del lavoro occidentale da parte di forza lavoro proveniente dall'Europa Centrale e Orientale.
L'Unione Europea ha discusso e negoziato molti provvedimenti tesi a organizzare e controllare il mercato del lavoro attraverso una serie di espedienti tra i quali il più importante è il sistema delle quote e il permesso di lavoro garantito soltanto nel caso in cui non si trovino per quell'impiego lavoratori del luogo. Le restrizioni possono essere applicate unicamente ai lavoratori migranti, ad esclusione di qualsiasi altra categoria di cittadini dell'Unione Europea. Inoltre, le restrizioni possono essere applicate soltanto al permesso di accesso al mercato del lavoro e possono limitare unicamente l'idoneità al lavoro stesso in un particolare Stato membro. Una volta che l'immigrato abbia ottenuto l'accesso al mercato del lavoro in uno Stato membro, viene automaticamente applicato il diritto comunitario, e cioè la parità di trattamento in materia di retribuzione, nonché tutte le altre condizioni connesse al lavoro e all'accesso ai benefici sociali e fiscali.
Vi è un periodo-base di 5 anni (2+3), a partire dal momento dell'ingresso, durante il quale ogni Stato membro può continuare ad applicare le proprie norme nazionali relative all'accesso al mercato del lavoro, il che può voler dire non offrire alcuna possibilità di accesso alla forza-lavoro proveniente dai nuovi paesi membri. In ogni caso, i cittadini neocomunitari ammessi al mercato del lavoro di uno Stato membro per un periodo ininterrotto di almeno dodici mesi hanno il diritto di "pieno" accesso al mercato del lavoro di quel paese.
Svezia e Irlanda hanno deciso di non applicare restrizioni all'accesso al lavoro per i cittadini provenienti dall'Europa Centrale e Orientale. Il Regno Unito non ha applicato restrizioni ex-ante, ma ha istituito un regime di registrazione dei lavoratori. Tutti gli altri paesi dell'UE15 hanno mantenuto un regime di permessi di lavoro. Per Cipro non è applicabile alcuna disposizione temporanea. Malta rilascia permessi di lavoro per fini di controllo. Polonia, Slovenia e Ungheria applicano restrizioni reciproche ai cittadini degli Stati membri dall'UE15 che applicano restrizioni. Tutti gli Stati membri dell'UE10 hanno aperto i rispettivi mercati del lavoro ai lavoratori degli altri Stati membri dell'UE10.
I cittadini provenienti dai nuovi Stati membri che stavano già lavorando prima dell'allargamento in uno dei quindici paesi dell'UE e hanno mantenuto l'impiego regolare per almeno dodici mesi, hanno il diritto di continuare a lavorare in quel determinato paese, ma non hanno l'accesso automatico al mercato del lavoro degli altri paesi. I familiari dei lavoratori che risiedevano già nel paese di accoglienza prima della data di adesione hanno il diritto di accesso al mercato del lavoro.

Al trascorrere del quinquennio, la libertà di circolazione dei lavoratori sarà totale, ma con due eccezioni:
1. quei paesi membri che stiano ancora applicando le proprie norme sull'immigrazione, potranno continuare a farlo per un periodo ulteriore di due anni, qualora esistano difficoltà serie (o pericoli reali) sul mercato del lavoro interno;
2. qualsiasi Stato membro che applichi l'acquis comunitario sulla libera circolazione dei lavoratori, può invocare una clausola di salvaguardia, sino alla fine del settimo anno di adesione, per far fronte a situazioni eccezionali che mettano in pericolo lo standard di vita o il tasso di impiego in una determinata regione.
Altre norme prevedono che, dopo l'adesione, uno Stato membro non possa adottare norme più restrittive di quelle in vigore al tempo dell'adesione.

Il regime transitorio trova la sua giustificazione nel timore causato da due potenziali conseguenze negative che l'allargamento può altrimenti determinare: in primo luogo, portare ad una migrazione in larga scala verso i paesi occidentali che vantano un sistema sociale relativamente generoso; in secondo luogo, determinare un flusso consistente di lavoratori dai paesi neocomunitari, tale da causare serie difficoltà al mondo del lavoro nei paesi già membri.

L'Unione Europea garantisce anche il principio di reciprocità: se un paese membro adotta misure restrittive contro i lavoratori provenienti dall'Europa Centrale e Orientale, i governi di questi ultimi possono adottare misure equivalenti. Il timore che nasce dalla libera circolazione delle persone nell'ambito dell'allargamento, è che le differenze dei salari ed i costi indiretti del lavoro, quale ad esempio gli standard di sicurezza, possano incoraggiare un processo di dumping sociale . Per esempio, la libera circolazione dei servizi può far sì che imprese dei paesi europei centro-orientali offrano prezzi più competitivi rispetto alle imprese dei paesi membri, con ciò incoraggiando gli affari con le imprese dell'Europa Centrale i cui prezzi inferiori dipendono da salari "depressi" e da standard di lavoro più poveri.

Nel 2005 quattro tipi di regimi di restrizione erano in vigore:
1. "Regime d'immigrazione restrittiva" (Belgio, Finlandia, Germania, Grecia, Francia, Lussemburgo, Spagna), dove i lavoratori neocomunitari devono richiedere il permesso di lavoro (il quale viene concesso solo ed esclusivamente se non si trovano lavoratori indigeni per quell'impiego);
2. "Regime d'immigrazione restrittiva, ma con quote prestabilite per i lavoratori dei paesi neocomunitari" (Austria, Italia , i Paesi Bassi, Portogallo);
3. "Accesso generale al mercato del lavoro, ma con i benefici limitati" (la concessione del permesso di residenza e di lavoro è legato a certi requisiti; la disoccupazione potrà causare il ritiro del permesso di residenza, come avviene ancora, per esempio, in Irlanda e nel Regno Unito);
4. Le regole sulla libera circolazione della Comunità Europea sono pienamente applicate (Svezia).

Attualmente sei paesi membri dell'UE (Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Italia, i Paesi Bassi e Portogallo) mantengono il loro sistema di permesso di lavoro obbligato per i cittadini neocomunitari. L'Austria e la Germania, le mete tradizionali della migrazione proveniente dall'Europa Centrale, hanno applicato limitazioni ancora più severe in alcuni settori di lavoro.
Diamo un rapido sguardo ai tre principali casi di abbassamento delle barriere relative ai lavoratori neocomunitari: Regno Unito, sicuramente il più importante, Irlanda e Svezia.
Dal 1° maggio del 2004 i cittadini dei paesi neocomunitari (Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Slovenia, Polonia, Estonia, Lettonia, Lituania) per avere l'accesso al mercato di lavoro sono obbligati a registrarsi presso il Worker Registration System. Questo sistema di registrazione informa le autorità nazionali sui dati precisi, sulla situazione attuale del mercato di lavoro e sui tipi d'occupazione scelti dai lavoratori neocomunitari:
• il numero totale dei lavoratori registrati nel Regno Unito è 175.000;
• la maggior parte degli iscritti (82%) appartiene ad una fascia d'età compresa tra i 18 e i 34 anni;
• il 60% è di sesso maschile;
• soltanto il 5% dei lavoratori registrati ha un suo familiare a carico.

A Londra, dove gli immigrati hanno trasformato alcuni sobborghi in centri slavi e baltici, è stato più alto il numero delle registrazioni. Il Regno Unito risulta essere la destinazione preferita dai polacchi, i quali rappresentano il 56% (98.235 unità) del totale della forza lavoro neocomunitaria, seguiti dai lituani (26.145 unità), che costituiscono il 15% dei lavoratori. I cechi insieme agli slovacchi raggiungono il 7%, mentre il numero degli ungheresi, degli estoni e degli sloveni iscritti al sistema di registrazione è marginale. Gli immigrati neocomunitari si orientano soprattutto verso l'Inghilterra e le Regioni del Centro Sud.
Il settembre e l'ottobre del 2004 sono stati il periodo di picco di questi indici per tutte le nazionalità. Gli immigrati provenienti dall'Europa Centrale e Orientale occupano gli impieghi più faticosi e meno retribuiti. Infatti nel Regno Unito, nonostante la disoccupazione sia alta, rimane mezzo milione di posti vacanti (elettricisti, intonacatori, muratori, carpentieri cechi e polacchi colmano, in genere, la mancanza di lavoratori specializzati).

Sorprendentemente il governo britannico quando stimò i flussi migratori post-allargamento prevedeva solamente da 5000 a 13.000 arrivi. Questo dato indica soltanto un decimo dell'entità del fenomeno reale. Tuttavia il numero relativamente alto degli immigrati costituisce solamente lo 0.4% del totale della popolazione attiva. L'economia britannica ha guadagnato grazie all'apporto di questa forza lavoro extra, mentre soltanto una percentuale minima dei lavoratori ha usufruito dei servizi sociali.

Il brain drain causa difficoltà nei paesi di provenienza, da dove emigrano i cervelli migliori. Per esempio, la Gran Bretagna ha bisogno di dentisti e li recluta dall'Europa Centrale. Per questo motivo a Varsavia è stata fondata una scuola di specializzazione che mira a preparare i dentisti polacchi al lavoro in Inghilterra. I candidati, accuratamente scelti, frequentano un corso di sei settimane per conoscere il Servizio di Sanità Nazionale Britannica e migliorano il loro inglese professionale. Circa 120 dentisti polacchi hanno già iniziato a lavorare in Gran Bretagna. Grazie ad una situazione analoga, soprattutto nell'Ungheria occidentale, i giovani dottori altamente qualificati preferiscono continuare la propria carriera nel Regno Unito o in Svezia, dove sono molto richiesti. Già 430 dottori, secondo statistiche fornite dall'Ordine dei Medici Ungherese , hanno lasciato il paese per uno stipendio che è 6-8 volte più alto di quello offerto in Ungheria. I paesi d'origine (la Polonia e l'Ungheria, in questo caso) temono non soltanto il drenaggio di cervelli, ma anche, in generale, della forza-lavoro giovanile. Il 3-5% dei giovani laureati è disposto a lasciare il proprio paese per andare a cercare lavoro nell'Europa Occidentale.

Come in Gran Bretagna, anche in Irlanda il permesso di lavoro e quello di residenza sono obbligatori. L'Irlanda, favorita dall'attuale boom economico, ha bisogno di attirare dei nuovi lavoratori e per questo l'immigrazione è stimolata. Secondo un rapporto pubblicato dall'Irish Central Statistical Office, tra il maggio 2004 e l'ottobre 2005 sono stati 85.000 i lavoratori dell'Europa Centrale e Orientale a trovare un'occupazione in Irlanda, rendendola così - in proporzione - la destinazione preferita degli immigrati provenienti dai nuovi paesi membri. I dati dimostrano che questa immigrazione ha contribuito a far crescere l'economia irlandese più di quanto previsto. Con il 4,2%, l'Irlanda è il paese con il tasso minore di disoccupazione nell'UE. Solo l'1% dei nuovi arrivati ha chiesto di poter godere degli stessi servizi sociali forniti agli irlandesi, sconfessando i timori di chi prevedeva l'afflusso di "cacciatori di welfare". Ci sono 40.000 polacchi, 18.000 lituani, 9.000 lettoni che hanno trovato lavoro soprattutto nel settore dell'edilizia oppure nell'assistenza sanitaria come infermieri o dottori. La società irlandese sembra adattarsi bene ai nuovi arrivati.

La Svezia è l'unico paese della Comunità Europea a dare senso al principio della libera circolazione delle persone. Il governo svedese non ha adottato il regime di transizione e non ha optato nemmeno per la clausola di salvaguardia, garantendo invece il pieno accesso al suo sistema di welfare per tutti i cittadini dei nuovi paesi membri. Sin dall'inizio delle trattative la maggioranza governativa ha appoggiato l'idea della mobilità dei lavoratori, anche se l'opposizione ha suggerito di adattare l'obbligo del permesso di lavoro per i cittadini neocomunitari. Per poter calcolare il numero dei lavoratori immigrati che sono entrati nel paese dopo il maggio del 2004, bisogna basarsi sul numero dei permessi di residenza, perché i lavoratori provenienti dall'Europa Centrale e Orientale non hanno più bisogno di munirsi del permesso di lavoro. Fino alla fine del dicembre del 2004 la Svezia ha concesso 21.800 permessi di residenza. Circa 16.000 lavoratori provenienti dai nuovi paesi della Comunità si sono registrati alle autorità tra il maggio del 2004 e l'ottobre del 2005; circa due terzi sono polacchi, seguiti dai lituani e degli estoni. Un'inchiesta elaborata nel 2004 dal Eurobarometer ha rivelato che l'opinione pubblica è molto favorevole ai nuovi arrivati, tanto che garantisce loro l'accesso anche al sistema di sicurezza sociale.

I paesi dell'Europa Centrale e Orientale dovrebbero riflettere su alcuni dati di fatto. Il primo di questi è il perché i giovani lasciano il loro paese d'origine. I bassi stipendi nel settore pubblico possono costituire una delle motivazioni; le istituzioni rigide o corrotte ne rappresentano altre. Molti degli immigrati affermano di essere attratti dal modo di vivere flessibile e non-burocratico nei paesi d'occidente.
L'altro compito dei paesi centro-orientali sarebbe quello di rimuovere gli ostacoli burocratici del rientro in patria e mantenere rapporti più stretti con le diaspore. Per esempio, le autorità di Vilnius sperano che, sponsorizzando una scuola di insegnamento in lingua lituana a Dublino, verranno meno le barriere poste di fronte alle famiglie che vorrebbero ritornare in patria, ma che non vogliono far interrompere ai loro figli il corso di studi intrapreso.

Se pensiamo ai regimi di restrizione adottati, vediamo che l'idea di base della Comunità Europea di riunire le persone, e non soltanto le economie, sembra essere stata perseguita soltanto in parte. Diventando membri della Comunità Europea, i nuovi cittadini godono degli stessi diritti tranne quello di poter accedere liberamente a un impiego nell'Unione. Il Commissario della Slovacchia, Jan Figiel, considera una mancanza di solidarietà da parte occidentale il dover affrontare un ulteriore periodo di transizione a distanza di oltre quindici anni dalla storica caduta del muro di Berlino.
Quello che i paesi dell'Europa occidentale dovrebbero capire è che la migrazione non è influenzata soltanto dall'imposizione o non dei regimi di transizione. Secondo alcuni analisti, le restrizioni sul mercato del lavoro influiscono poco sulle migrazioni attuali, ma piuttosto riflettono la preoccupazione della politica interna per l'economia rallentata, per l'alto tasso di disoccupazione e per i sentimenti negativi per quanto riguarda l'immigrazione. La migrazione di forza-lavoro, insomma, non si sarebbe verificata se non ci fosse stata una richiesta da parte dei paesi occidentali. Di solito i "push factors" della migrazione (per esempio la differenza del salario tra il paese di origine e il paese di accoglienza, oppure il tasso di disoccupazione) vengono meno una volta che l'economia del paese di origine inizia a crescere ed essere più forte.

Per concludere, possiamo affermare che la migrazione del post-allargamento non ha sconvolto il mercato del lavoro nei paesi di accoglienza: prima di tutto perché è stata relativamente limitata; secondo, perché l'economia ha assorbito la nuova forza lavoro senza aumentare il tasso di disoccupazione tra i propri cittadini. Gli immigrati, in maggioranza, sono lavoratori giovani, cioè tra i 18 e i 34 anni, di sesso maschile, single, con un livello d'istruzione medio-alto o alto. La loro intenzione, dunque, è quella di trovare un impiego per un arco temporale determinato (per esempio, un anno) e di ritornare successivamente nel paese di origine. Quindi, non costituiscono una minaccia, bensì una risorsa per i paesi di accoglienza.


Anna Irimias
 
< Prec.   Pros. >