| Il lungo cammino dell'Europa, di Valentina Risi |
| domenica 22 ottobre 2006 | |
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A più di un cinquantennio dalla nascita di quel nuovo soggetto politico, non chiaramente definibile ma da tutti semplicemente identificabile con il termine Europa, è lecito domandarsi quali sono gli elementi che caratterizzano in modo specifico la realtà di fronte alla quale ci troviamo e, in particolare, in luogo di quel sentimento di «euroscetticismo» che spesso sembra prevalere, che cos'è l'Europa? Inoltre, se molteplici sono le voci che prendono le distanze rispetto a questo processo, perché tale, pur se avvolto da continue battute di arresto e da recessioni, continua il suo camino inarrestabile? Qual è la strada verso la quale procediamo? In altre parole, stiamo cercando di fare chiarezza in merito alla direzione che i processi di trasformazione in corso stanno intraprendendo, delineare il contesto di duplice coesistenza di fenomeni di concentrazione, che si muovono verso l'alto, e di fenomeni di regionalizzazione, che si dirigono verso il basso, decifrare appieno che cosa significa distinguere tra ciò che meramente accade e ciò che invece dovrebbe accadere.
E' credenza piuttosto diffusa l'idea che i sentimenti di sfiducia e perplessità che da più parti si impongono, siano spesso il riflesso della forte riluttanza a riconoscere la trasformazione che il concetto di sovranità sta subendo. Tuttavia, se analizziamo con chiarezza il fenomeno, diviene evidente che l'opposizione che spinge molti a fare marcia indietro rispetto al processo di unificazione o di mera convergenza nella gestione degli interessi, è piuttosto la risultante del tentativo di difendere quegli interessi particolari che, si teme, verrebbero messi in pericolo attraverso l'ingrandimento della sovranità. Se questo fosse realmente vero, se l'Europa nascesse come un grande Leviatano spinto dal solo intento di mettere in pericolo gli interessi dei soggetti politici inferiori, allora perché il fenomeno Europa continua, pur se lentamente, ad andare avanti, e soprattutto perché Stati, anche se ben lontani rispetto a quei canoni di identificazione più facilmente assimilabili come appartenenti alla cultura occidentale, si mettono in gioco pur di poter entrare a fare parte di questo insieme più vasto? (ed è ovvio che qui si sta facendo riferimento alla Turchia). Un elemento che bisogna necessariamente utilizzare nel momento in cui si tenta di analizzare il progetto Europa, è la differenza fondamentale -adottata in modo prevalente anche dalla scuola realista delle relazioni internazionali-, che sussiste tra l'analisi di breve periodo e quella di lungo periodo. Se assumiamo una prospettiva a breve termine, è ovvio che non siamo in grado di riconoscere i vantaggi che la costruzione dell'Europa comporta, anzi, a questo proposito è più facile notare le difficoltà, i costi e il deficit che gravano su coloro che si pongono come artefici dell'esperimento. Tuttavia se il processo continua ad andare avanti nel suo ampio svolgimento, allora questo significa che i benefici a lungo termine sono innegabili. In altre parole, non bisogna pensare che il lento procedere dell'Europa sia un elemento negativo o da intendere solo ed esclusivamente con diffidenza, al contrario, il fatto che l'Europa si costituisca per mezzo di un processo piuttosto ampio e prolungato, è un pregio che dimostra la piena fecondità del fenomeno e, soprattutto, l'evidenza del fatto che non siamo di fronte ad un progetto utopico e perfettamente congeniato, ma qualcosa che si impone perché le condizioni della sfera circostante necessariamente lo richiedono. Se l'Europa fosse istituita come una costruzione valida una volta per tutte, al di là delle forme specifica in cui questa realtà si trova a convergere, allora significherebbe davvero che si tratta di un mero artificio elaborato a tavolino, o del volere di un qualche individuo che si pretende maggiormente illuminato rispetto agli altri. La lentezza del procedere dell'Unione Europea è il chiaro riflesso del fatto che sono molteplici i soggetti che entrano a far parte di questo fenomeno e, ciò nonostante, le esigenze, le peculiarità, gli elementi specifici di ciascuno vengono pienamente presi in considerazione, cercando quanto più possibile di evitare il prevalere della volontà di una singola componente, e sforzandosi invece di realizzare un procedimento calcolato e ben ponderato rispetto a tutti i partecipanti che ivi confluiscono. Guidati da tale consapevolezza dobbiamo quindi riconoscere che raggiungere un compromesso capace di mettere d'accordo tra loro realtà, sentimenti e interessi, profondamente diversi, è qualcosa di estremamente difficile che richiede molto impegno e, quanto meno, una quantità di tempo non ponderabile a priori. Lo Stato, quale autonomo principio di organizzazione politica, non è nato da un giorno all'altro, e tanto meno è pensabile che sarà possibile per l'Europa intraprendere un percorso differente: così come la forma-stato si è sviluppata a partire dal chiaro manifestarsi di molteplici esigenze in termini economici, militari, di sicurezza e di garanzia per la vita dei singoli, allo stesso modo l'Europa può imporsi solo come una «risposta a sfida». Fare chiarezza in merito al processo che si pone innanzi, significa allora essere coscienti in merito alla realtà delle evoluzioni in corso. Se gli stati decidono di cedere una parte della loro sovranità ad una più alta forma di organizzazione politica, è perché il contesto globale è necessariamente mutato e i singoli stati europei non possono più fare fronte, da soli, a determinate necessità, perché appunto lo scenario non è più lo stesso e i principi organizzativi validi fino a pochi decenni fa, non possiedono oggi giorno più alcuna validità. Questo non significa che dobbiamo dichiarare la morte del principio di sovranità statale, perché tale non sarebbe vero; la sovranità degli Stati Europei non è giunta al termine, ma sicuramente sta subendo un processo di trasformazione. Lo Stato resta la forma di organizzazione politica dominate nel mondo contemporaneo e, al tempo stesso, la parziale cessione di competenze che questo opera è sinonimo, non di un agire cieco o guidato da un ideale poco realistico, ma dalla perfetta considerazione, in termini di benefici e di perdite, che rende i singoli partecipanti certi di poter accedere ad vantaggi innegabili. Sarebbe in effetti poco realistico e sicuramente ben lontano rispetto al reale agire dei rappresentanti di governo, pensare che la logica che fonda le loro azioni sia una sorta di asservimento nei confronti di un ideale di pace che non possiede alcun riscontro concreto con gli interessi del mondo circostante: ogni uomo politico che decide di prendere parte al fenomeno europeo opera le sue scelte con il chiaro scopo di poter trarre dei benefici di cui spera la propria nazione possa godere. La sovranità statale allora non è alla «fine», ma sicuramente è in «crisi». Questa apparente situazione di disfacimento, ad ogni modo, non deve essere assimilata ad un giudizio negativo, poiché «crisi» non è sinonimo di «decesso», ma termine esemplificativo di un processo di trasformazione e di mutamento che si rende necessari perché frutto delle esigenze che, inaspettatamente, si impongono sullo scenario europeo. Se allora cerchiamo una risposta alla domanda «che cos'è l'Europa?», è ovvio che non è possibile trovare al momento un responso univoca: l'Europa è un unicum a livello giuridico, è prima di tutto un agglomerato potenziale non completamente realizzatosi, che si decina a partire dalle richieste concrete che, volta per volta, si impongono all'orizzonte. Il fenomeno Europa allora, si declina nel pieno rispetto di quelle stesse esigenze di sopravvivenza che sempre sono state poste a fondamento della logica statuale compresa in termini hobbesiani. Una sopravvivenza che, se vogliamo, a livello interno, si impone come strumento di coesistenza tra soggetti molteplici e differenti tra loro e, a livello esterno, si impone come la possibilità di far fronte ad un contesto globalizzato la cui stessa ragione di essere è il risultato dell'avanzamento tecnologico-scientifico e delle inarrestabili capacità organizzative della mente umana. Ancora una volta allora, se tentiamo di definire il soggetto Europa in termini specifici, ci troveremmo inevitabilmente di fronte ad un contesto di proposizioni mutevoli, ciascuna oggetto di critiche inevitabili e di contestazioni diffuse. Quello che invece possiamo affermare con certezza, e che non si impone come mera opinione personale di chi scrive, ma che può essere concretamente dedotto dallo svolgersi di cinquanta anni di storia tangibile, è che l'Europa, pur se connotata da molteplici avanzamenti e altrettanti passi indietro, è una «nebulosa in trasformazione», un «ente intelligente» che non annulla la sovranità statale, ma che la accompagna attraverso un contesto in continua elaborazione entro cui le due realtà si muovo di pari passo, procedendo sempre oltre e in perfetta sintonia con le prove che si presentano, senza avere come mira la semplice creazione di una forma di federalismo o di un superstato capace di riassumere in sé tutte le caratteristiche degli elementi sottostanti. Il tentativo intrapreso allora, non è quello di dare una risposta certa ed univoca, ma cercare di ledere il fondamento di quel sentimento di «euroscetticismo» che pende sul contesto europeo come una macchia incancellabile. In sintesi, se nel nostro riconoscerci come cittadini europei, non sappiamo ancora con certezza chi siamo e cosa siamo, possiamo però con chiarezza rispondere in merito al luogo ove stiamo andando ovvero, incontro ad un mondo che è diverso rispetto a quello che fino ad adesso siamo stati abituati a conoscere, ma le cui sfide e i cui dilemmi sarà possibile affrontare solo se traghettati per mezzo del «gigante Europa». Quest'ultima é una immensa costruzione che ha la propria forza nel non dover costringere gli individui che di essa sono parte a dover subire forme di deprivazione identitaria alcuna, ma che, al contrario, li arricchisce della consapevolezza di far parte di un contesto più grande che unicamente consente di far fronte alle esigenze di sopravvivenza del mondo globalizzato. Questa fonte di ricchezza, non precisamente quantificabile ma facilmente identificabile è l'Europa.
Valentina Risi
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