| Oltre il "velo" |
| giovedì 26 ottobre 2006 | |||||||
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Esiste in Italia una legge vigente da anni, la 152 del ‘75, che vieta di mascherarsi o coprirsi il volto in modo tale da non poter essere riconoscibili, la cosiddetta legge anti-terrorismo (emanata e promulgata quando il terrorismo nel nostro paese era ancora quello degli "anni di piombo" e non ancora quello minacciato dai fondamentalisti islamici). Succede contestualmente, che questa legge venga applicata "ad personam". Se, infatti, la legge è uguale per tutti, non lo è, invece, per le donne musulmane, visto che il Tar del Friuli Venezia Giulia, il 18 ottobre, ha sancito che la 152 nei loro confronti è inapplicabile.
Di recente, il presidente Prodi, ha proposto una cosa molto semplice: che le donne musulmane, in Italia, siano trattate da cittadine italiane. L'apparente linearità della questione, in questi termini, è, però, soltanto una versione riduzionista di un tema molto più vasto. Non è in discussione l'invadenza di una legge nei confronti di un "costume", di una moda o di un modo di proporsi agli altri attraverso la libertà di vestirsi come meglio ci si sente. E' una questione politica. Anzi, è "la" politica nel suo principio teorico e applicativo più primordiale, quella cioè che dovrebbe rispondere, attraverso l'indirizzo dell'orientamento collettivo, alla domanda: <<che cos'è lo Stato?>>. Dietro al velo islamico indossato dalle donne musulmane non c'è solo una religione, ma un "sistema sociale" che nelle sue interpretazioni più ortodosse (ma potremmo dire integraliste) coincide indissolubilmente con le norme imposte dai teocrati e dai teorici intransigenti dell'islam. In queste forme sociali, l'individuo e i suoi diritti sono subordinati alla collettività e quest'ultima alle regole religiose. Ne consegue che la violazione di una pratica sociale, da parte di un singolo, sia punita come una minaccia nei confronti dell'intera società. In un contesto di questo tipo, risulta maggiormente comprensibile (ancorché, per noi occidentali, comunque ingiustificabile) l'applicazione di prassi cruente come, ad esempio, la lapidazione degli adulteri nelle pubbliche piazze. Il tradimento non è interpretato come un fatto che ricade nella sfera della famiglia coniugale, al contrario i suoi effetti investono e aggrediscono la struttura istituzionale, e, per questo motivo, un tale comportamento individuale deve essere impedito (con qualsiasi strumento) affinché il sistema non cominci a scricchiolare. Questo conservatorismo ha perso lentamente vigore in moltissimi paesi arabi e la maggior parte degli stati di religione musulmana si proietta al modernismo legislativo del mondo occidentale. Tuttavia, quello che l'Occidente deve tenere fermo, come principio e proposito di integrazione nell'adeguamento degli stranieri musulmani al sistema democratico, è l'imperativo di guardare le cose da un punto di vista giurisdizionale-legislativo e non puramente etico-moralizzatore. Osservare con bigottismo un costume (anche laddove possa mostrarsi in forme inaccettabili), non deve semplicisticamente corrispondere ad un giudizio di barbarie e inciviltà sulle usanze, perché questo atteggiamento ha fatto più danni nella storia, di quanto invece non abbiano ottenuto il dialogo e l'apertura al confronto. Integrare le donne musulmane nella nostra società, spogliandole dal velo, non equivale ipso facto alla loro liberazione da un sistema collettivo integralista; più probabilmente, significa far sì che si inasprisca lo scontro all'interno delle piccole comunità in cui vivono, in cui le regole intransigenti rimangono intatte indipendentemente dalla legge in questione (come purtroppo ci racconta la cronaca). A priori, si deve insistere su un punto: i musulmani devono essere informati che vivendo in Italia, non vivono in uno Stato cristiano, ma in uno Stato laico. Devono capire, senza equivoci, che l'accettazione delle norme del diritto positivo italiano non prevede una conversione religiosa. Gli italiani non sono o (e soltanto) cristiani, o (e soltanto) musulmani, o ebrei, o buddisti o induisti, ma sono "cittadini" di un paese liberale e democratico, e qualsiasi individuo che voglia far valere i suoi diritti di cittadinanza "deve volere" integrarsi in questa struttura complessa di libertà, diritti e doveri individuali, norme e regole sociali. In Italia, così come in Europa, non è, infatti, possibile scavalcare questo sistema sociale, rinchiudendosi in una comunità, in una tribù o in un clan con leggi proprie, magari con l'insinuante intento di sovvertirlo silenziosamente dall'interno, e neppure nascondendosi dietro un velo. Ma, egualmente, anche il legislatore non può sciogliere i vincoli normativi di questi nuclei comunitari, agendo solo sui costumi, tirando via un velo, oppure vietando la costruzione di moschee. Gli strumenti istituzionali ci sono e i tempi sembrano maturi per applicarli, iniziando dalle nuove generazioni e dalla scolarizzazione, attraverso la formazione in una scuola laica, aperta a tutti perché "di" tutti, libera dall'imposizione di simboli, che si dedichi anche all'insegnamento religioso, ma con la scelta dei singoli sul tipo di catechismo da seguire e con il supporto di insegnanti moderati.
Letizia Zuccaro
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