Chi ucciderà Benedetto XVI a Istanbul?
domenica 05 novembre 2006
Il Papa verrà assassinato durante la sua visita a Istanbul da un giornalista-omicida nell'ambito di un intrigo internazionale che comprende Opus Dei, P2 e servizi segreti turchi.
Niente paura, si tranquillizzino le gerarchie vaticane e i pii europei, è solo una finzione letteraria, la trama di un romanzo ("Papa'ya suikast - Attentato al Papa") che questa estate ha spopolato in Turchia.
Qualcuno, dopo aver letto il romanzo di Yücel Kaya, semisconosciuto autore di gialli, potrebbe anche mettersi strane idee in testa.
A dire il vero c'è poco da ironizzare sull'argomento considerando che nel Paese della Mezzaluna, solo nell'ultimo anno, sono stati aggrediti tre preti, tra cui Don Andrea Santoro ucciso, con due colpi di pistola, al grido folle di "Allah è grande".
L'imminente viaggio di Benedetto XVI in Turchia, il primo paese a maggioranza musulmana che visiterà dopo la prolusione di Regensburg crea, legittimamente, qualche preoccupazione.
Fa, infatti, parte del gruppetto degli islamici offesi con il Papa anche quella Turchia che nega, a decenni di distanza, il genocidio degli armeni e che qualche anno fa osservò senza batter ciglio la gassificazione dei curdi da parte del vicino Saddam.
Nessuna offesa o affronto al mondo cristiano, invece, se Erdogan non potrà ricevere il Papa da bravo padrone di casa. La ragion di stato, si sa, va oltre le ragioni della cortesia tanto più che il leader del moderato partito islamico è impegnato nelle difficili trattative per avviare i negoziati che, finalmente, potrebbero aprire alla Turchia le sospirate porte dell'Unione Europea.
Ad accogliere con maggiore entusiasmo la visita pastorale del Papa saranno di certo le minoranze etniche e religiose del paese, nella misura in cui è sempre bene accetto ogni tentativo di spingere il governo a rispettare la libertà di religione e a riconoscere i diritti delle minoranze. Lo Stato, infatti, inutile negarlo, ignora l'una e gli altri, malgrado gli impegni internazionali e le pressioni dell'Europa.
Proprio sulla base dell'impegno a migliorare la situazione in materia di diritti umani, democrazia, Stato di diritto e protezione delle minoranze, la Commissione europea ha avviato l'ottobre del 2004 i negoziati di adesione con la Turchia. Solo a condizione, lo ha ribadito più volte in questi anni, che entrassero effettivamente in vigore determinate norme, spesso ancora in corso di elaborazione.
Il cardinale Zenon Grocholewsky, lo stesso che rassicura sulla casualità dell'assenza di Erdogan per la sovrapposizione dell'impegno NATO in Lettonia, riflettendo poi sul cammino di Ankara verso Bruxelles lo ha definito "un problema complicato" in quanto si tratta di " una cultura diversa dalla nostra".
Personalmente credo che le preclusioni nei confronti dell'ingresso della Turchia nell'Unione Europea fondate su ragioni contrabbandate come storico-religiose o storico-culturali siano inconsistenti e inammissibili. Le "guerre di religione" combattute fra cattolici e protestanti nell'Europa della guerra dei Trent'anni, per esempio, non hanno impedito al Vecchio Continente di ricompattarsi immediatamente dopo sul terreno del libero commercio e sulle idee illuministe.
La Turchia ha nella sua storia un profondo e articolato rapporto con l'Europa, fatto innegabilmente di guerra e d'inimicizia, ma d'altronde, l'impero turco ottomano ha sempre avuto un forte interesse culturale per l'Europa che si è tradotto in un processo di europeizzazione e che ha comportato, per tempo, il trasferimento massiccio di tecnici, diplomatici e capitali.
Anche sotto il profilo giuridico l'Europa ha fatto da faro all'impero. Solimano il Magnifico, il più grande sultano del Cinquecento, è conosciuto nei paesi musulmani come «al-Kanuni», cioè come il restauratore di Kanun, il Canon, ispirato alla legge imperiale giustinianea, sia pur con gli adattamenti musulmani del caso. È da queste radici profonde che ha preso l'avvio la riforma occidentalizzante ed europeizzante di Atatürk, che ha espunto l'Islam dalla vita pubblica e istituzionale turca.
Il problema va, dunque, ben al di là di quanto si crede o fa comodo credere. Pur non nascondendo l'imperfezione della democrazia turca che, a tutt'oggi, non riesce a fare i conti con la libertà di stampa e di giudizio dei suoi intellettuali migliori, Ankara va lodata per la laicità e la moderazione della gran parte dei suoi cittadini dei grandi agglomerati urbani e per aver dimostrato la possibilità di coesistenza tra fede islamica e laicità dello stato, tra religione e democrazia, tra credo e diritti civili. L'Europa accogliendola potrà scrollarsi di dosso l'immagine della fortezza cristiana lanciata in una crociata contro l'Islam.

Letizia Zuccaro
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