Ottantotto anni fa
domenica 12 novembre 2006
Sono trascorsi 88 anni, mese più mese meno, da quando si chiudeva il primo conflitto mondiale. Proprio ieri la fine della Grande guerra è stata commemorata in Francia, con fasto tipico d'Oltralpe: pennacchi e marcia Marsigliese ai Campi Elisi. A dir la verità, non sarebbe una data da commemorare per l'Europa. Non solo per il macabro spettro di morte che l'«inutile strage», come la definì papa Benedetto XVII, sparse tra la Marna, il Carso, Gallipoli e mille altri remoti luoghi del mondo. Non ci sarebbe molto da commemorare anche per semplici ragioni politiche e storiche: fu nel 1914, dopo i quieti decenni della politica di equilibrio, che il Vecchio continente sperimentò in modo dirompente la fragilità della pace armata, dando corpo alla follia del suo cupio dissolvi. Nel 1918 si consumava il primo round di quella che Ernst Nolte ha tanto efficacemente chiamato la «guerra civile» europea, il cui secondo tempo si sarebbe giocato tra il 1939 e il 1945. Era la fine dell'Europa e l'inizio della sua decadenza. Basterebbe dare uno sguardo a una carta politica del mondo nel 1914 per rendersi conto di quale trionfale significato potesse avere, all'inizio del secolo, dirsi europei. Gran Bretagna, Francia, Olanda, Belgio, Spagna, Germania e Italia si spartivano il mondo, portando con sé non solo sfruttamento coloniale, ma anche i semi di una civiltà che, nel corso del Novecento, avrebbe portato alla decolonizzazione e al progresso civile di molti popoli. La differenza con cosa invece significhi oggi essere europei è fin troppo evidente. La storia un tempo passava dall'Europa, oggi le passa sulla testa. Il Vecchio continente è ormai il confine privilegiato di un conflitto globale che ha due nuovi attori: la Cina e gli Stati Uniti.
Sarebbe difficile accusare qualche potenza extraeuropea del nostro sfacelo e della fine della nostra egemonia: la colpa si deve per intero al nichilismo che ha avvolto, nel corso dell'Ottocento, la cultura europea, come denunciava Benedetto Croce nella sua Storia d'Europa nel secolo XIX. Se gli europei hanno creduto di dovere ricorrere alla violenza estrema per imporre le decisioni politiche; se la terribile Bia - che già gli antichi greci temevano più di ogni altra cosa e in ogni modo tentavano di arginare nella loro polis - ha preso il sopravvento sul logos; se tutto questo è successo, è perché l'Europa è stata avvolta da una profonda sfiducia nella forza morale della sua razionalità. Ma questo nichilismo, l'incapacità di credere nella forza morale della ragione di fronte alle sfide della storia, non è ancora finito. Una sciocca critica storica, che ha ridotto la nostra civiltà a un insieme preordinato di delitti contro il genere umano, continua a esercitare la sua influenza, cancellando ideologicamente l'apporto decisivo della civiltà europea e occidentale per il progresso dell'umanità. La mancanza di orgoglio e di fede del ruolo svolto dalla civiltà europea nella storia del mondo: questo è il male che si è sfogato nel corso del Novecento e da cui ancora non siamo guariti.

Andrea Bellantone
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