L'EURO. Tra politica ed economia, di Valentina Risi
domenica 12 novembre 2006
euro-logotype-smallSe comprendere la realtà dell'Europa è facile per ciascun individuo comune che intende avvicinarsi a questo concetto in termini culturali, accettare quell'elemento non chiaramente identificabile a cui si fa solitamente riferimento con il termine Euro, risulta invece piuttosto complicato. Nonostante le difficoltà e la completa assenza di un ambito di assimilazione soggettiva, la realizzazione della Moneta Unica costituisce tuttavia il passo più concreto che l'Europa abbia saputo intraprendere fino a questo momento. Se è vero che, apparentemente, tale assume l'aspetto di una misura perfettamente congeniata dal punto di vista economico, è necessario rammentare che l'Euro non rappresenta solo questo: esso implica non solo la rinuncia di una buona porzione della propria sovranità da parte degli stati, ma significa soprattutto, da parte loro, rinunciare all'utilizzo di quello strumento di aggiustamento macroeconomico che sempre ha costituito una riserva di azione su cui poter fare affidamento di fronte all'inaspettato sopraggiungere di crisi economiche o di situazioni di deficit pubblico. Riunire tutti i popoli d'Europa nel possesso di una moneta comune significa quindi, non solo fare a meno di un importante elemento di identificazione nazionale, che rendeva addirittura possibile, per alcuni, l'esistenza di una sorta di «vincolo emozionale», ma implica inoltre il completo venire meno del legame esistente tra la moneta nazionale e la concreta attuazione di politiche statali unilaterali da parte di ciascuna entità pienamente sovrana. Se dunque non è ancora possibile identificare chiaramente ciò che costituisce il fondamento giuridico dell'Unione Europea, è però possibile affermare con certezza che l'Euro costituisce una valuta sopranazionale. Distinguendosi rispetto ai precedenti regimi monetari, il suo valore non si lega a quello dell'oro o a quello di una «forte» moneta straniera -così come è stato per molto tempo con il dollaro-, la sua quotazione è invece legata al grado di fiducia che la Banca Centrale ripone in essa. In altre parole, la forza dell'Euro risiede esclusivamente nelle condizioni che lo circondano, ovvero, nei fattori che caratterizzano la realtà dell'economia globalizzata. In tal senso, questa valuta si pone come il simbolo chiaro, evidente e, per giunta, matematicamente quantificabile, delle condizioni di salute del Mercato Europeo, sia dal punto di vista interno sia per quanto riguarda il suo rapporto con la realtà mondiale. Ciò nondimeno, se risulta piuttosto semplice adottare una prospettiva generale che prende in considerazione il contesto di elevato scambio di merci a livello internazionale, come pure la transazionalizzazione dei mercati finanziari e, in questa direzione, giungere ad affermare che l'Euro è un elemento necessario al buon funzionamento dell'economia europea, l'elemento che invece sembra principalmente recepibile a livello di opinione comune, è la condizione di crisi generale che serpeggia nel vecchio continente, continuamente afflitto da un elevato tasso di disoccupazione, da una non adeguata crescita economica, dalle continue crisi finanziarie e, di conseguenza, dallo smantellamento dello stato sociale. Se possiamo condividere l'idea che lo scopo prevalente che ha guidato la creazione dell'Euro è la realizzazione di un contesto monetario stabile che rende possibile il miglioramento delle condizioni di concorrenza economica a confronto con il resto del mondo, ci domandiamo tuttavia come tale obiettivo possa essere realizzabile e, soprattutto, il significato che esso assume. Di certo, un elemento che risulta direttamente manifesto è l'enorme differenza che sussiste tra i vari paesi che abitano nel contesto europeo: così come la globalizzazione si alimenta di logiche di centralizzazione e, allo stesso tempo, di frammentazione, in modo analogo alla transionalizzazione dell'economia europea si accompagna la grande disomogeneità economica degli stati che la compongono. Questo elemento, che si rende particolarmente evidente facendo riferimento agli stati appartenenti all'ex Blocco Sovietico, non costituisce però necessariamente una sorta di svantaggio o una forma di inefficienza economica. Uno degli argomenti maggiormente diffusi che hanno spesso indotto a temere l'aumento del numero degli attori partecipanti allo scenario comune, era proprio la condizione di arretratezza che caratterizzava i paesi dell'Est europeo; non bisogna però pensare che questi rappresentino esclusivamente una sorta di carico o di «zavorra economica» per l'Europa. I nuovi paesi entranti costituiscono oltre a ciò una riserva di energia e di potenziale economico di cui potranno beneficiare tutti gli investitori, pubblici o privati, che sapranno farlo. Questo non vuole essere un modo per sottovalutare le difficoltà, al contrario, una ingiunzione a concretizzare quegli investimenti transnazionali e quegli adeguamenti strutturali che possano risanare le condizioni di disparità economica tra le diverse regioni e creare un contesto di maggiore produttività là dove questo risulta ancora assente; bisogna tuttavia rammentare l'inevitabilità di un'azione orientata in senso istituzionale. In altre parole, se è necessario elargire stanziamenti monetari e forme di investimento che riescano a riequilibrare la situazione economica, tale forma di agire non può essere posta in atto senza una chiara logica politica definita a tavolino. Realizzato proprio al fine di rendere concreta l'attuazione di questo obiettivo, l'Euro si pone allora come quello strumento politico, unico nel suo genere, sia dal punto di vista storico che economico, capace, per mezzo della realtà istituzionale a cui si vincola e che gli ha propriamente conferito valenza normativa, di agire come fattore di equilibrio internazionale nel contesto europeo. Attraverso le scelte che i paesi europei operano di concerto a livello economico, e che convergono tutte nella realtà della Moneta Unica, si rende quindi possibile agevolare gli accordi economici ed intervenire rispetto a quelle situazioni di disagio materiale ed esistenziale che ancora sussistono in alcune zone, ma significa anche interporsi rispetto a quegli elementi portatori di un profondo squilibrio e di una tale schizofrenica complessità, da rendere concreto il pericolo del sollevarsi di condizioni di profonda rivolta rispetto alle costrizioni che il processo di mondializzazione comporta. Il processo di globalizzazione implica, infatti, un tale scuotimento della realtà economiche e sociali insediate da decenni su ogni specifico territorio, che tali trasformazioni potrebbero risultare traumatiche non solo per il singolo individuo abituato alle proprie tradizioni ed consuetudini sociali, ma potrebbero incidere anche nei riguardi dei più ampi processi di identificazione comune, al punto tale da indurli di fronte a rivolgimenti incomprensibili nei cui confronti non sarebbe possibile rispondere se non attraverso una forma di cieca conflittualità.
Questo non significa che si voglia legittimare l'idea che l'Euro sia una sorta di artificio volto ad assecondare la vecchia logica del guadagno dell'uomo borghese e che poi, in aggiunta, sia possibile qualificare la divisa comune come elemento portatore di una chiaro valore politico. L'Euro, in altre parole, non si è sviluppato quale semplice effetto della necessità di assecondare il commercio trasnazionale dei prodotti e le transazioni a livello finanziario. La sua origine giace piuttosto nell'esistenza di un ambito economico, in parte esistente e in parte in via di formazione, integrato a livello sopranazionale e creato dai grossi soggetti imprenditoriali che, con la loro attività e il loro operare concreto, hanno semplicemente annunciato e reso pienamente evidente, la nascita dell'Euro. Questo contesto si è poi maggiormente consolidato e legittimato per mezzo dell'insediamento di quelle istituzioni politiche ed economiche che hanno reso chiaramente visibile il luogo di residenza della Moneta Unica: si tratta appunto dell'imporsi di organismi burocratici che non risultano semplicemente da un atto programmato, ma sono la conferma, a posteriori, dell'esistenza di una trama di relazioni a cui si è cercato di conferire una veste maggiormente consolidata. Nonostante queste valutazioni possano quindi indurre ad accogliere positivamente l'ampliamento dei mercati mondiali, tuttavia la condizione dell'Europa sembra ancora quella di una economia che fa difficoltà a mettersi in moto, tanto più in ragione del fatto che il tanto atteso e profetizzato balzo economico non si è realizzato e che le condizioni vigenti sono, invece, ancora quelle che impongono alla nostra economia le restrizioni e le fatiche tipiche di un processo di adeguamento alla realtà globale. Un elemento che molti economisti hanno chiarificato, e che probabilmente costituisce la ragione fondamentale del diffuso dissapore, è che l'aumento di concentrazione economica che si verifica a livello comunitario ha alla propria base, quale conseguenza implicita e necessario risvolto negativo, la costante diminuzione del livello di concentrazione economica esistente nei singoli mercati nazionali. Questo fattore, che costituisce la conseguenza dell'imporsi di un livello di concorrenza più ampio e che rende indispensabile operare delle forme di ristrutturazione a livello comunitario, rappresenta la vera fatica che costringe il piccolo imprenditore (nei cui confronti la possibilità di godere di prezzi maggiormente trasparenti rappresenta una magra consolazione), ad incorrere in quel periodo di recessione che segue la perdita di rilevanza della propria quota di mercato. Nuovamente, il singolo cittadino è colui che paga il prezzo più alto del faticoso processo di adattamento economico, eppure, paradossalmente, tutto questo dovrebbe avere come ideale posto alla base, proprio la salvaguardia degli interessi del singolo soggetto economico. Ma come è possibile allora il sollevarsi di tali contraddizioni? La logica che presiede il processo di integrazione economica, è basata sulla convinzione che, nel lungo periodo, il consumatore sarà colui che potrà, meglio rispetto a tutti, beneficiare dell'apertura dei mercati e dell'aumento della concorrenza attraverso la possibilità di acquistare i beni ad un costo inferiore. Se il libero innescarsi di questa logica è quello che tutti convenientemente si attendono dal pieno ed autonomo manifestarsi dei processi economici, non bisogna ad ogni modo dimenticare che, per quanto l'economia si imponga come una scienza capace si declinarsi seguendo una sorta di automatismo, tale «indipendenza» non dove però essere lasciata completamente al caso poiché la storia insegna, appunto, che un mercato economico lasciato completamente a se stesso (ma questa valutazione resta importante anche nel caso di un rigorismo eccessivo), può dare vita a conseguenze inaspettate e non certo desiderate. L'economia europea, facilmente identificabile con il simbolo dell'Euro, si pone quindi come un processo di sviluppo e di adeguamento che necessita inevitabilmente di un aggiustamento dall'alto capace di congeniare gli investimenti e le misure di risanamento in funzione di luoghi e di settori perfettamente mirati, il che, ovviamente, non può essere fatto senza un nucleo di esperti economici e politici che presiedano la supervisione del processo. E' quindi evidente che l'Europa affida la possibilità di un futuro sviluppo equilibrato ad una burocrazia economica che, con il proprio agire, esercita chiaramente anche un'azione politica. E qui veniamo all'ultimo punto: lo Statuto della Banca Centrale Europea. Lo sviluppo del mercato monetario e di quello del credito verificatosi negli ultimi anni, hanno reso possibile l'aumento delle riserve economiche sulle quali poter fare affidamento, ma ha anche provocato una enorme crescita dell'indebitamento statale. La questione della crisi economica degli stati - tema che ha sollevato molteplici dinamiche incontrollabili e conflittuali nel corso degli eventi storici e che mai si disgiunge rispetto all'evoluzione della realtà politica-, presiede le motivazioni politiche, economiche e sociali che consentono di comprendere che la vera origine dell'Unione Monetaria. La motivazione fondamentale che ha guidato la creazione dell'Euro, infatti, non risiede semplicemente nel desiderio di assecondare il processo di transionalizzazione economica, il suo scopo è invece quello di creare una regione economica stabile e robusta che renda possibile prevenire i molteplici problemi (così come la consapevolezza storica in prevalenza di matrice tedesca, suggerisce) che la questione monetaria ha creato in passato: l'obiettivo è quello di evitare il ripetersi di crisi monetarie, delle acute oscillazioni del tasso di cambio delle varie monete nazionali e delle varie crisi finanziarie che seguono le situazioni di forte instabilità economica e monetaria. Senza stabilire un quadro comunemente concordato che renda possibile determinare i confini della stabilità monetaria in Europa, l'espansione transnazionale, come pure l'insediarsi di un contesto caratterizzato da un livello di concorrenza più ampia, potrebbe condurre a quelle situazioni di caos economico che metterebbero in crisi i vari contesti nazionali. Una condizione fondamentale per realizzare lo sviluppo dell'economia europea è allora il completo annullamento della condizione di instabilità che spesso fanno seguito alla continuo mutamento del livello dei prezzi. Si vuole, in altre parole, realizzare le precondizioni per contrastare ed attutire la negatività e la ferocia di quei fenomeni che spesso seguono un incontrollato processo di espansione, quali la disoccupazione, la concentrazione di reddito nelle mani di pochi aggregati economici a discapito della molteplicità degli individui e gli squilibri finanziari nel breve periodo. A tal fine è necessario che gli stati membri si conformino ai criteri di convergenza imposti e, non a caso, l'istituzione appositamente preposta a tale scopo la Banca Centrale Europea. Quest'ultima assume come proprie molte delle caratteristiche peculiari che appartenevano alla Deuschte Bank, quali, in primo luogo, il prevalente orientamento delle politiche volte a contrastare il verificarsi di un nuovo collasso economico e finanziario e, secondo poi, il vedere riconosciuto a chiare lettere nel proprio Statuto fondativo, la peculiarità della propria condizione di indipendenza ed autonomia rispetto a qualsivoglia altro settore orientato politicamente. Come abbiamo già accennato all'inizio, la presenza della Banca Centrale implica la privazione dei vari governi statali della possibilità di poter determinare da sé la politica economica, per imporre invece il rispetto di alcuni vincoli economici a cui è necessario adeguarsi tassativamente, al fine di creare le condizioni fondamentali per l'imporsi di uno scenario economico ideale per questo tipo di sviluppo. Il punto è che se lo scopo della Banca centrale è quello di assicurare la stabilità della moneta comune, il fatto che i vari soggetti partecipanti decidano di piegarsi a questa logica, diventa possibile solo a partire dalla comune accettazione di una «cultura della stabilità». L'elemento maggiormente peculiare che coinvolge questo discorso consiste nel fatto che i soggetti politici -gli stati- decidono deliberatamente di sottostare alle direttiva di un organo che non è politico e che anzi, pretende di adottare come peculiare elemento di identificazione, una politica non orientata politicamente. Tale indipendenza, di cui l'Euro costituisce solo uno dei molti frutti, si determina infatti, non solo come forma di autonomia dell'economia e delle decisioni politiche che in tale ambito devono essere prese, ma anche come non presa in considerazione degli effetti sociali a cui talune misure economiche possono dar vita. Possiamo dunque affermare che l'economia è giunta a surclassare la politica? Sicuramente no perché le istituzioni che presiedono tale istanza non solo sono il frutto della rappresentanza politica operata dagli elettori, ma possiedono un ambito di influenza talmente ampio che le loro decisioni si ripercuotono direttamente anche a livello politico e, pur se autonome, non sono disgiunte rispetto a questo. Non è questo il punto focale della questione, bensì il fatto che, forse per la prima volta, prendendo spunto dalla nostra storia di uomini europei, la sfera della politica ha imparato a gestire e tutelare la vita dei soggetti politici con uno strumento, l'economia appunto, che, se correttamente amministrato e propriamente indirizzato riuscirà a tutelare e a migliorare (prevenendo il collasso economico, sociale, politico e, da ultimo, personale- soggettivo) la vita dei cittadini europei all'interno di un contesto globale, ricco di problematiche e, certamente, non facilmente gestibile. Non è questo il luogo per decidere in merito alla realizzazione di questo obiettivo oppure no, e certamente, «l'Europa non è un'isola» indipendente rispetto alle influenze e al ripercuotersi degli eventi che caratterizzano il contesto globale, ma certamente questo è il quadro che permette di comprendere le difficoltà che presiedono questo sforzo e, non da ultimo, il motivo per cui molte delle decisioni e delle logiche che si rendono indispensabili necessitano della guida di un personale tecnico specializzato che si trova spesso a mettere in atto il proprio lavoro restando lontano dagli occhi e dal controllo di quei cittadini che pur dovrebbe rappresentare e, nel cui interesse, è stato chiamato ad operare.

Valentina Risi
 
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