| Saddam: condannato a essere un simbolo |
| giovedì 16 novembre 2006 | |
Il significato della parola "simbolo" ha radici molto profonde. In greco, il "symbolon" era un oggetto che veniva spezzato in due in segno di amicizia fra città o famiglie, consegnandone una metà a ciascuna delle parti. Nel campo della comunicazione di massa, soprattutto politica, il simbolo rappresenta un rinvio concettuale; è la connessione di due metà, l'una teorica e l'altra pratica, che unisce i valori ideali alla prassi concreta, ovvero le azioni all'ideologia che le sostiene.Il 9 aprile 2003, Baghdad, assediata da 300.000 soldati statunitensi e britannici con l'obiettivo di disarmare e distruggere il regime di Saddam Hussein, cade sotto la pressione militare dei marines. I soldati alleati entrano vittoriosi nella piazza del Paradiso, dove viene abbattuta, in diretta mondiale, la statua del vecchio dittatore. Un simbolo. Il primo maggio, l'ex presidente iracheno viene catturato dai soldati americani in un villaggio nelle vicinanze di Tikrīt, e la foto che ritrae il suo volto, la barba incolta da latitante che avvolge un'espressione prostrata e ben lontana dall'audacia e dall'arroganza del potere, viene stampata nel giro di poche ore su tutti i giornali del mondo. Un altro simbolo. La storia è costellata da costruzioni simboliche e gli esempi sarebbero tanti: la foto di Benito Mussolini e Claretta Patacci dopo la cattura e l'esecuzione da parte dei partigiani, o quella di Nicolae Andruţă Ceauşescu, leader comunista della Romania e di sua moglie Elena, condannati a morte in diretta planetaria il 25 dicembre 1989. Oggi, dunque, alle soglie della definitiva sentenza a Saddam Hussein, l'unica diatriba sembra concentrasi solo sull'aspetto "figurativo" e rappresentativo dei fatti: se, cioè, legare gli ultimi momenti della storia del dittatore ad un cappio, come un traditore della patria, oppure davanti ad un plotone di fucilazione, come vorrebbe l'ex-leader. Ma il vero problema non è (e non deve essere) quello relativo alla produzione di immagini "iconografiche", che verranno sbandierate, idolatrate e strumentalizzate a seconda delle accezioni e delle connotazioni ideologiche. Una fazione politica che voglia giocarsi la carta dell'incitamento dei sentimenti dell'animo popolare può, in un mondo di distorsione delle informazioni, servirsi di qualunque cosa (anche dell'immagine di un santino) per costruirci attorno un emblema di lotta o un totem. La questione che si pone davanti all'opinione del mondo non può ridursi al dubbio di fare di Saddam un simbolo oppure di non farlo, anche perché, positivo o negativo che sia, per i suoi nostalgici sostenitori o per i suoi più accaniti avversari, un simbolo, Saddam, lo è già. Il cuore del problema risiede, invece, nell'altra metà del processo, nell'identità del "giudice" del tribunale speciale di Baghdad. Se osserviamo una bandiera rinviamo mentalmente al concetto di patria, se osserviamo la figura di una bilancia posta sullo sfondo di un tribunale rinviamo all'idea di giustizia. Ma quali valori rappresenta per il popolo iracheno il tribunale speciale che sta condannando Saddam Hussein? Se l'ex dittatore incarna il male, l'oppressione, il genocidio, di cosa sono simbolo i suoi giudici? L'interrogativo è, oggi, ancora da porsi ad un livello molto più primordiale rispetto a quanto passa attraverso il bombardamento mediatico. Nel caos politico iracheno, la domanda (di schmittiana memoria) è: "chi decide e cosa?". Il tribunale è l'espressione legittima degli iracheni (e di quali iracheni?) e della loro ritrovata libertà? Oppure è un avamposto degli americani, degli occidentali e del loro potere? Ed in questo caso, l'eventuale condanna alla pena di morte è il messaggio (o il marchio) dell'occidente? O la pena di morte è, forse, il primo simbolico passo della neonata democrazia irachena che si affaccia (con un pessimo biglietto da visita) allo scambio culturale e all'apertura verso le democrazie liberali? In questo delicato contesto, è necessario che l'Europa, meno avvezza degli USA alle condanne capitali, faccia sentire la sua opinione. Definire le identità delle parti in causa può fare la differenza nel rendere riconoscibile alla storia, tra un popolo e un despota, chi è stato il martire e chi il tiranno. Se l'intento delle forze alleate, al pari delle antiche città greche, è stato quello di consegnare la metà concreta del "simbolo Saddam" alla civiltà del liberato Iraq, in segno di amicizia, allora il problema va risolto alla radice, rispondendo a tutte le inquietanti domande che stanno sorgendo attorno alla sorte del vecchio dittatore. Anche perché, prima ancora della nascita o della morte di un simbolo, stiamo parlando, comunque, della vita di un uomo.
Niko Ciancio
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Il significato della parola "simbolo" ha radici molto profonde. In greco, il "symbolon" era un oggetto che veniva spezzato in due in segno di amicizia fra città o famiglie, consegnandone una metà a ciascuna delle parti. Nel campo della comunicazione di massa, soprattutto politica, il simbolo rappresenta un rinvio concettuale; è la connessione di due metà, l'una teorica e l'altra pratica, che unisce i valori ideali alla prassi concreta, ovvero le azioni all'ideologia che le sostiene.







