| L'ingresso della Turchia nell'Unione Europea, di Valentina Risi |
| domenica 03 dicembre 2006 | |
E’ sufficiente gettare un rapido sguardo all’evolversi degli eventi storici nel corso dei secoli per comprendere il ruolo fondamentale che la Turchia ha sempre giocato nel declinarsi della dialettica politica. Questo risulta evidente sia nel momento in cui facciamo riferimento ai tempi antichi, quando la conoscenza del mondo non oltrepassava lo stretto di Gibilterra e lo sguardo dell’uomo occidentale provava timore per gli orizzonti illimitati dell’Oriente, sia nel momento in cui torniamo ad osservare la realtà del mondo contemporaneo caratterizzato da un problematico contesto di interdipendenza, in cui ogni evento politico, pur nella sua parzialità, produce immancabilmente degli effetti che si ripercuotono a livello mondiale.La Turchia ha sempre dovuto far fronte al difficile compito di riuscire a ben destreggiarsi all’interno della peculiarità del proprio ruolo, ovvero il costituire un crocevia fondamentale tra due mondi, il punto di intersezione e congiunzione tra due ambiti culturali completamente diversi tra loro, l’Europa e l’Asia. Questi ultimi rappresentano per antonomasia il modello di due continenti sconfinati e confinanti tra loro, due colossi posti l’uno accanto all’altro che difficilmente riescono a comunicare tra loro e che si caratterizzano, ciascuno a modo proprio, per una tradizione culturale talmente forte e pregnante da incidere direttamente sulla concezione del proprio sé che «è», in quanto distinto dall’«altro», colui che è diverso, lo sconosciuto, in altre parole, lo straniero. Ad ogni modo, il ruolo della Turchia non costituisce una peculiarità esclusivamente dal punto di vista culturale, infatti la porzione di territorio che da esso viene occupata consente a questo paese di possedere di una posizione strategica fondamentale. Ancora una volta torniamo alla concretezza degli eventi storici per accertarci della veridicità di questa valutazione: dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, nel 1952, la Turchia è entrata a far parte della Nato e ancor prima, nel 1947, insieme alla Grecia (paradossale se pensiamo ai conflitti odierni), la Turchia ha potuto beneficiare –in virtù Dottrina Truman- degli aiuti economici statunitensi elargiti al fine di evitare il collasso economico ed impedire che questi due paesi si ritrovassero nella sfera di influenza del Comunismo. Per tutto il corso della Guerra Fredda la Turchia ha rappresentato un pilastro di difesa fondamentale per l’Europa, una sorta di isola posta all’estremo margine del confine sud-orientale e a diretto contatto con i territori del Medio Oriente (basta fare riferimento al caso della crisi degli euro-missili nel corso degli anni ottanta) e, ovviamente, questa elemento distintivo non è certo venuta meno al giorno d’oggi. Tuttavia, questo non significa che la Turchia goda di una assoluta autonomia e sicurezza dal punto di vista militare, al contrario, fino a quando la presenza di Saddam Hussein contribuiva a «stabilizzare attraverso la minaccia» il vigore conflittuale delle potenze medio-orientali, la situazione di questo paese poteva essere considerata relativamente priva di pericoli. Lo scenario mondiale è però effettivamente mutato al punto che l’elevato tasso di conflittualità che caratterizza questa zona del mondo al momento attuale, le continue turbolenze e i ripetuti squilibri politici che sempre più difficilmente trovano un punto di pacificazione, non solo non consentono di poter elaborare delle previsioni certe per quanto riguarda il futuro, ma contribuiscono ad alimentare una condizione di insicurezza che si ripercuote su tutti gli attori politici, nessuno escluso –nemmeno la Turchia che non può certo riuscire a gestire da sé la difficoltà di questa situazione. Paradossalmente allora la possibilità di entrare a far parte dell’Unione Europea potrebbe presentarsi come fattore fondamentale della politica di sicurezza e di difesa non solo dell’Unione, ma della stessa Turchia che, addentrandosi nella sfera degli interessi euro-atlantici troverebbe un elemento di protezione di fronte alla schizofrenia e all’incandescenza politica dei proprio vicini. Ma non è solo l’interesse geopolitico che deve essere preso in considerazione e che dovrebbe motivare questa difficile scelta: infatti se è vero che la Turchia rappresenta la terra di comunicazione tra due mondi, questo non implica che sia sempre riuscita a far fronte al proprio ruolo di mediazione e, al contrario, il rischio di fronte al quale si trova costantemente esposta è quello di restare schiacciata tra la sfera dei due confini o, in alternativa, quello di rimanere isolata ed essere considerata «estranea» persino dalle frange più estreme dell’Islam radicale. La complessità di questa condizione spirituale è evidente nella sfera sociale contemporanea di questo paese e, non a caso si parla di una «repubblica malinconica», aperta verso da un futuro incerto ed insicuro, in cui la scelta del cammino da intraprendere risulta un dilemma irrisolvibile. E’ palese a chiunque che stiamo assistendo ad un «confronto» tra civiltà: nonostante si sia parlato di scontro, infatti, è evidente che le trattative che si stanno svolgendo nel contesto dell’Unione Europea rappresentano il dialogo che due culture diverse si sforzano di comunicare tra di loro per trovare una via di accordo e rendere possibile il sedimentarsi di chiari interessi politici, senza ricorrere alla guerra e tanto meno all’assoggettamento politico. In altre parole, questo è chiaramente il «momento della diplomazia» a cui viene data la possibilità, non di affacciarsi sullo scenario della politica mondiale a posteriori, per alleviare le ferite di una guerra o per stabilire sfere di influenza attraverso prove di forze, ma per stabilire una via di comprensione e di articolazione dei rapporti tra forme di sovranità in trasformazione, a propri. Certo l’impresa non è facile, ma è necessario comprendere che attraverso la realizzazione o meno di questo processo si pongono le basi dei prossimi decenni di storia, si intravedono le linee della politica estera europea e si delineano le prospettive del famigerato scontro con l’Islam. Alcuni esperti sono dell’opinione i toni assunti dall’Europa nei conforti della Turchia sono eccessivamente duri e che le negoziazioni vengono portate avanti in modo eccessivamente burocratico; questa atteggiamento non farebbe altro che causare un esacerbamento delle incomprensioni e, di conseguenza, provocherebbe l’accendersi dello spirito nazionalista da parte del popolo turco indotto a questo punto ad assumere un atteggiamento secondo il quale «nel momento in cui loro non vogliono noi, allora tanto meno noi vogliamo loro». Il punto è che se fino a questo momento la maggior parte degli scettici si sono limitati a definire l’Europa come un puro aggregato economico, è evidente che è stato commesso un errore: l’Europa sta dimostrando a tutti di non essere una semplice unione spinta dall’interesse economico, ma di possedere una consapevolezza della propria importanza culturale che è possesso di tutti i cittadini europei. La nostra tradizione secolare si alimenta di una visione politica fondata sulla garanzia dei diritti, sull’evoluzione dello Stato come garante della libertà e dell’uguaglianza degli individui: il patrimonio consapevole di questi valori comuni è qualcosa di irrinunciabile per l’Europa e viene prima di qualsivoglia interesse economico. E’ impensabile allora che la Turchia possa entrare a far parte dell’Unione Europea senza aver prima risolto i problemi che affliggono il paese in riguardo alla libertà di pensiero, di religione, ai diritti delle donne e -conciliandosi con il proprio passato-, in merito alla questione del genocidio degli Armeni. Si rende inoltre necessario risolvere la situazione di Cipro, riconoscere la legittimità del governo turco-cipriota ed abbandonare il territorio occupato nel 1974; certo, per la Turchia il possesso di questo avamposto costituisce un prestigio della propria sovranità nazionale, ma per decidere in merito a cosa fare basta mettere sul piatto della bilancia gli interessi di breve periodo della politica, contro quelli di lungo periodo della politica, dell’economia e dello sviluppo culturale. Fino a quando la Turchia non avrà risolto la sua posizione di fronte a questi dilemmi non è pensabile che le trattative giungano a compimento e non è neanche auspicabile, poiché l’elaborazione di compromessi traballanti, invece di una stabilizzazione della situazione, potrebbero causare un loro aggravio che, sicuramente, si ripercuoterebbe in modo negativo anche nei confronti del difficile cammino dell’Unione Europea. Nel caso in cui l’Europa fosse troppo indulgente riguardo al riconoscimento dei diritti e delle libertà che la Turchia necessariamente deve operare, allora rinuncerebbe alla specificità della propria tradizione culturale e, in questo caso –veramente allora-, si trasformerebbe in vuoto contenitore tanto grande quanto inutile, fragile e incapace di conferire identificazione. Questo non significa che la Turchia debba sottomettersi ad un processo di occidentalizzazione, la Turchia non deve ad ogni modo rinunciare alla propria identità perché questo è l’elemento che rende la sua valenza innegabile (si tratta di un caso di «strategia culturale»), ma deve riuscire a farsi portatrice di una buona ed accorta politica estera e decidere da sé se, prima di tutto, intende effettivamente sfruttare il ruolo determinante che possiede e quindi, grazie alla posizione di «perno tra civiltà», assumere una posizione chiave nel contesto internazione; in secondo luogo, la Turchia deve capire se intende veramente mettere in atto –sulle spoglie di quel capace uomo politico che è stato Mustafa Kemal Atatürks- una politica di secolarizzazione i cui unici beneficiari, a questo punto, non sarebbero più lo Stato turco e la realtà di una politica sovrana, ma ogni singolo uomo turco ed ogni donna turca a cui verrebbe riconosciuta la possibilità di essere individui liberi. L’Europa ha bisogno della Turchia e la Turchia ha bisogno dell’Europa; gli interessi sono evidenti e reciproci sotto tutti i punti di vista, ma che questo possa essere sufficiente per superare le diversità culturali in direzione di un terreno di dialogo comune, dipende dalla corretta ed illuminata gestione del tema da parte degli uomini politici e dalla pressione che questi riceveranno da parte delle rispettive sfere dell’opinione pubblica (nella misura in cui questa si rivelerà interessata, è ovvio).
Valentina Risi |
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E’ sufficiente gettare un rapido sguardo all’evolversi degli eventi storici nel corso dei secoli per comprendere il ruolo fondamentale che la Turchia ha sempre giocato nel declinarsi della dialettica politica. Questo risulta evidente sia nel momento in cui facciamo riferimento ai tempi antichi, quando la conoscenza del mondo non oltrepassava lo stretto di Gibilterra e lo sguardo dell’uomo occidentale provava timore per gli orizzonti illimitati dell’Oriente, sia nel momento in cui torniamo ad osservare la realtà del mondo contemporaneo caratterizzato da un problematico contesto di interdipendenza, in cui ogni evento politico, pur nella sua parzialità, produce immancabilmente degli effetti che si ripercuotono a livello mondiale.