| Vent'anni non sono passati invano |
| lunedì 04 dicembre 2006 | |||||||
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Nel 1986 Sergio Ricossa e altri economisti italiani, tra cui Antonio Martino, si misero alla testa di tremila cittadini che marciavano – per la prima volta nella storia della Repubblica – contro l’oppressione fiscale. Nonostante la bontà dell’idea, tuttavia, la limitata partecipazione all’iniziativa dimostrava che in Italia lo statalismo e il partito della spesa erano ancora molto forti e che costituivano l’asse portante della nostra cultura civile. Cattolici, socialisti e comunisti, non erano infatti per niente inclini alla riduzione fiscale o a una limitazione della presenza dello Stato nella vita pubblica.
Ieri, a Roma, circa settecentomila persone, provenienti da tutta Italia, hanno marciato al suono di slogan e di principi non molto dissimili da quelli dei seimila del 1986. Ma questa volta erano molti di più. E, quel che più importa, hanno avuto alle loro spalle una coalizione politica dotata di un programma di impianto liberista (anche se con molti tentennamenti) e un insieme di gruppi culturali ormai solido e di alto spessore intellettuale. Dal 1986 al 2006, insomma, la situazione è profondamente cambiata. In vent’anni il liberismo ha acquistato un suo spazio nella cultura pubblica italiana. Anche se molti storceranno il naso, non si può negare che questa rinnovata forza del liberismo in Italia sia dovuta in gran parte alle virtù politiche e comunicative di Silvio Berlusconi. Al Cavaliere si deve riconoscere di avere tramutato il tema dell’oppressione fiscale da argomento da salotto a questione centrale della vita pubblica italiana. A tal punto da mobilitare settecentomila persone contro una legge finanziaria tesa a rafforzare ancora una volta lo statalismo democratico e ad aumentare la pressione fiscale. La vera divisione della vita pubblica italiana di questi anni, contrariamente a quanto pensano anche i più raffinati intellettuali, non è quella laici e credenti, ma quella tra liberismo e statalismo. La secolarizzazione della nostra civiltà, il profondo radicarsi dei valori come la laicità dello Stato e il pluralismo morale, rendono il dibattito tra laici e credenti un pericoloso ritorno ottocentesco. Quel che veramente riguarda il nostro futuro è questo: quale tipo di società vogliamo? Una società delle opportunità e dei proprietari o una società dello Stato e delle sue corporazioni? Una società a potere diffuso e federalista o una società a potere gerarchico e concentrazionario? I settecentomila che ieri hanno sfilato a Roma, con il tono a volte scanzonato e goliardino tipico della maggioranza silenziosa e laboriosa del popolo italiano, non hanno alcun dubbio: vogliono una società aperta e liberale. Non saprei dire se il loro desiderio corrisponda o meno a quello della maggioranza degli italiani, ma mi pare difficile dubitare del fatto che negli ultimi vent’anni, anche grazie a Silvio Berlusconi, sia cambiato qualcosa di decisivo nel quadro politico e culturale del nostro paese. E si tratta forse dell’unica trasformazione degna di entrare nei libri di storia, anche se i grandi giornali e il grosso della cultura di questo paese, legati a schemi vecchi e a cerimoniali del passato fanno ancora fatica a rendersene conto.
Andrea Bellantone
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