"L'Europa multiculturale. Davvero integrata?", di Letizia Zuccaro
domenica 28 gennaio 2007
integrazioneDa oltre venti anni l’Europa è, come ben illustrato dai media, l’epicentro di una vasta migrazione di popoli. Con 20,5 milioni di immigrati e altri milioni di naturalizzati è chiamata a decostruire in parte la sua cultura per lasciare spazio alla contaminazione con altre allo scopo di costruire una società multiculturale, che si formi pacificamente e con mutuo rispetto delle numerose parti che la compongono. Come nel secolo scorso toccò agli Stati Uniti, oggi spetta all’Unione con i suoi Stati nazionali il compito di rintracciare un codice comune di convivenza con gruppi di popolazioni diversi per nazionalità, cultura, lingua, religione e tradizioni.
I termini “multiculturalismo, interculturalità e integrazione” sono spesso utilizzati, sia nell’uso quotidiano sia nel dibattito politico, in modo indifferenziato. Così, in Italia l’aggettivo multiculturale è entrato nell’uso comune per descrivere, appunto, la nuova condizione in cui si trovano le società occidentali in conseguenza della crescita dei flussi di persone provenienti da altri paesi.


Il concetto di multiculturalismo ebbe origine in Canada all’inizio degli anni ‘60, quando il primo ministro Pierre Trudeau ne espresse l’idea per rispondere alle sfide poste da una popolazione composta da indigeni, coloni francesi e inglesi e nuovi immigranti, e caratterizzata da notevoli divisioni e disuguaglianze tra questi gruppi. L’Australia lo tradusse in politica negli anni ‘90, dopo aver concluso che era l’unico modo per creare coesione nella diversità. In Europa questo modello ha radici nell’ordinamento flessibile e pluralistico della democrazia britannica, e con accezioni diverse in Olanda e Svezia. L’obiettivo rimane sempre la non facile costruzione di un’organizzazione sociale di tipo pluralistico in base alla quale i nuovi venuti non rinunciano ad alcuni caratteri distintivi della propria identità culturale, pur percependo se stessi come parte della società del Paese di accoglienza. Rientra in questo tipo di accezione anche il noto fenomeno del melting pot statunitense: per gli americani ciò che più conta è il “consent” rispetto al “descent” ovvero il riconoscersi in un’identità collettiva più che l’identificarsi in una discendenza etnica.
L’immagine metaforica che viene richiamata riferendosi al multiculturalismo è quella del mosaico, dove le diverse culture vivono fianco a fianco ma senza significative interferenze reciproche, in una logica di sostanziale separazione.
L’idea di interculturalità è, invece, piuttosto dinamica, si riferisce alle situazioni di coesistenza in fatto di culture diverse. Ma è solo dagli anni Ottanta che l’inserimento di persone straniere è visto da un punto di vista interculturale. Allora, infatti, i paesi dell’area francofona elaborarono questa teoria in contrapposizione a quella assimilazionista volta a integrare le differenze a vantaggio del modello del paese ospitante.
Operando una semplificazione potrei dire che il multiculturalismo prevede che le culture conviventi nello stesso territorio, una volta stabilite le regole del loro vivere insieme, possano, per la maggior parte del tempo, ignorarsi a vicenda, mentre la società interculturale può considerarsi un progetto politico che, a partire dal pluralismo culturale già esistente in società, mira a sviluppare una nuova sintesi.
Il multiculturalismo continua a rappresentare, in ogni caso, un approccio essenziale per l’integrazione degli immigrati, in quanto riconosce l’uguaglianza nei diritti, compreso quello alla manifestazione delle differenze a patto che queste non entrino in conflitto con le condizioni dell’eguaglianza che le rende possibili. Il multiculturalismo presuppone, dunque, un forte sviluppo della cultura dell’uguaglianza e dei diritti civili.
L’analisi storica, nel momento in cui mette a fuoco la strutturalità dei flussi migratori comunicandone l’inevitabilità, rende illusorio qualsivoglia atteggiamento di rifiuto verso di essi e ci sollecita anzi ad elaborare strategie di convivenza con questo fenomeno epocale. In quest’ottica, è fondamentale l'attuazione di strutturate politiche d'integrazione (non di assimilazione perché soffocano le radici culturali degli stranieri, nè di respingimento perché provocano l'ampliamento dell'area degli irregolari), di una giusta informazione mediatica per arginare le ingiustificate paure sociali e di un serio impegno politico che si inserisca nel più largo contesto europeo.
La partecipazione politica rappresenta un aspetto fondamentale del processo che conduce ad una integrazione ragionevole. Essa per esprimersi in tutte le forme consentite dalla legge necessita, come ben sappiamo, di essere completata dalla concessione della cittadinanza.
Secondo l’articolo 17 del trattato che istituisce la Comunità europea è cittadino europeo quello che ha la nazionalità di uno degli stati membri. Questa formulazione è estremamente interessante perchè esplicita in modo ufficiale quello che chiamavamo ieri il “principio di appropriazione” dei cittadini da parte degli stati nazionali, e in questo senso contiene una contraddizione molto profonda. Infatti essa introduce l’idea di una nuova cittadinanza su scala europea, e allo stesso tempo, probabilmente per ragioni di legittimazione e anche per rassicurare l’opinione pubblica dei diversi paesi europei, riafferma l’appropriazione dei cittadini da parte dei singoli stati. Chi non ha la nazionalità di uno degli stati membri non può entrare nella comunità e, in modo reciproco, non si entra nella comunità se non attraverso la mediazione dell’appartenenza nazionale.
E’ un vero effetto perverso. Invece di produrre un’apertura, anche se relativa, della cittadinanza, si produce una nuova esclusione, e cioè l’esclusione dalla comune cittadinanza europea di tutti quei gruppi di origine non europea ma stabiliti sul territorio europeo già da diverse generazioni, che sono parte integrante e costituente del lavoro europeo, dello sviluppo economico europeo, della vita quotidiana delle città europee, della cultura e dell’emergere di nuove forme di civiltà a livello europeo (come i turchi in Germania, i pachistani e gli indiani in Inghilterra, i magrebini e gli africani in Francia e in Italia, etc...). Ciò che viene per così dire sottolineato da questa definizione, è che c’è una parte importante, non si può misurare in termini esatti, forse il 15% della popolazione del continente europeo che si trova qui non per ragioni di invasione o in modo illegale, ma in modo permanente, e che viene esclusa dal processo di costruzione di questa nuova cittadinanza. C’è il rischio, dell’emergere di un apartheid europeo che sarebbe come il lato oscuro, la controparte della costruzione di questa nuova cittadinanza. Inoltre, dal momento che l’Europa costruisce una nuova cittadinanza di cui godrà solo una parte della gente che vive nel continente, sorge il rischio di un “razzismo istituzionale”, che ritengo molto più pericoloso delle forme cosiddette di razzismo spontaneo. Per uscire da questa strettoia, ricompare l’idea o forse l’utopia di una cittadinanza “universale”, che ci riporta al 212 dopo Cristo, quando Caracalla, con un suo editto, estese la cittadinanza romana a tutti gli abitanti dell’Impero (con qualche limitata eccezione).
In seno all’Ue negli ultimi tempi si è discusso molto dell’opportunità di istituire una nuova cittadinanza transnazionale, la quale rifiuta la concezione secondo cui debba discendere dalla nazionalità e la rigida corrispondenza, cui siamo abituati, fra Stato, popolo e territorio. La questione della cittadinanza in una società multiculturale rende in sostanza necessario un patto capace di creare una nuova comunità politica, una comunità federale, fondata su presupposti contrari rispetto a quelli che fondano generalmente le identità nazionali. La cittadinanza federale, allargata a tutti gli abitanti del continente e fondata sul presupposto della necessaria preservazione delle differenze è l’unica che può davvero integrare membri di comunità e culture diverse.

 

Letizia Zuccaro 

 
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