Uno squittìo, ma sempre meglio di niente
domenica 28 gennaio 2007
Qualcuno ha detto, a proposito del recente disegno di legge governativo sulle liberalizzazioni, che la montagna avrebbe partorito il topolino. Può darsi. Ma, in questo paese ingessato, è sempre meglio un topolino rispetto al nulla. E di nulla, in fatto di liberalizzazioni, chi oggi accusa il governo Prodi di essere poco coraggioso, era uno specialista. Quali liberalizzazioni significative e strutturali ha prodotto, dal 2001 al 2006, il governo Berlusconi? Niente di niente.
La questione cruciale è che il provvedimento sulle liberalizzazioni marcia nella direzione giusta e non ha senso criticarlo alla luce di quello che ancora resta da fare. Il ministro Bersani, che sembra avere preso la liberalizzazione del paese come obiettivo principale della propria azione di governo, è uomo determinato, l’unica risoluzione saggia e assennata dovrebbe essere quella di sostenerlo, soprattutto se si ha a cuore la modernizzazione della nostra economia.


Naturalmente questo non vuol dire che i recenti provvedimenti del Governo giungano davvero al nodo essenziale. La direzione è giusta e lodevole, ma forse gli strumenti e la cultura di fondo sono ancora inadeguati. Le azioni governative sono infatti un insieme di regole che pretendono di introdursi in modo troppo invadente nelle relazioni tra i cittadini e gli attori economici. Il Governo della sinistra italiana fa fatica a capire che l’unica vera concorrenza non è garantita da norme che la istituiscono (ogni norma, infatti, finisce per tutelare qualcuno a danno di un altro), ma dall’assenza di norme. Insomma, la parola d’ordine dovrebbe essere deregulation. Ma, come si sa, le sinistre italiane non masticano ancora questo genere di inglese.
In secondo luogo, come notano molti commentatori, la liberalizzazione promossa dalle sinistre colpisce i ceti medi, le imprese e le categorie produttive, ma ignora del tutto i monopoli dei servizi pubblici statali (vera voragine delle casse pubbliche e luogo per eccellenza dell’inefficienza) e il sistema della burocrazia pubblica. Si tratta, quindi, di un processo di liberalizzazione che colpisce alcuni settori dell’economia, ma ancora si rifiuta di toccare il privilegio monopolistico della più grande impresa del paese: lo Stato, che assorbe più del cinquanta percento del nostro prodotto interno lordo. Sono quindi liberalizzazioni strabiche, che colpiscono a destra, ma non si ricordano che il male maggiore sta a manca. E tuttavia sono sempre meglio di niente.
Nel complesso non si tratta di criticare e aiutare ad affossare il progetto riformatore di Bersani: piuttosto è il caso di stigmatizzarne l’aspetto sbilenco e di puntualizzare sulle sue incoerenze e disarmonie, affinché si tramuti in un vero scatto di liberalizzazione del paese. Certo, ci sono buone ragioni per sospettare che, sotto questo punto di vista, la montagna del Governo Prodi continui a sfornare solo topolini. Ma, nel vuoto assoluto che ha caratterizzato la vicenda delle liberalizzazioni in questi ultimi anni, uno squittio è sempre meglio di niente.

 

Andrea Bellantone 

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