| Parigi e Teheran, di Andrea Bellantone |
| lunedė 05 febbraio 2007 | |
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Dietro la divisione strategica dei paesi europei e degli Stati Uniti d’America in merito alla situazione in Medio Oriente si nasconde una differente valutazione della gravità del rischio. Per gli europei si tratta di convivere – oggi come sempre – con il male che attraversa la storia dell’umanità, lì dove gli Stati Uniti d’America, fedeli a una vocazione escatologica tipica delle potenze imperiali, intendono sradicarlo. Proprio questa vocazione escatologica ha animato l’intervento americano nei due conflitti mondiali, la vigorosa guerra al comunismo e in ultimo l’intervento in Afghanistan e Iraq. Gli europei, al contrario, in tutte queste circostanze hanno prevalentemente tentato di arginare e limitare il rischio, senza affrontarlo veramente: il caso di Monaco, nel 1938, resta un monito costante per la cultura pubblica europea, sempre in cerca di un qualche consolatorio accordo con i tiranni e gli assassini, incapace di prendere le armi per difendere con risolutezza la propria civiltà. Chi può dimenticare la scena penosa del primo ministro inglese, Chamberlain, che sventolava l’accordo stabilito con Hitler a Monaco, in mezzo alle folle festanti di pacifisti all’aeroporto di Parigi?
Andrea Bellantone |
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Ulteriori riferimenti sull'argomento si possono trovare sul sito del Corriere della Sera: 