La questione energetica nell'Unione Europea, di Valentina Risi
lunedì 05 febbraio 2007
eolic_generatorAgli inizi di gennaio la Germania è stata costretta a fare i conti con un irritante problema, l’inaspettata interruzione del rifornimento di gas da parte della Russia. Le reazioni della classe politica sono state fin da subito estremamente accese ed è stata sottolineata con particolare rilevanza come la mancanza di norme giuridiche che permettano di tutelare e conferire sicurezza nell’applicazione delle misure di rifornimento, costituisca un evidente svantaggio per qualsiasi attore che si trova nella condizione di dipendenza. D’altra parte, attraverso il dibattito svoltosi, è emerso con evidenza come l’unico modo possibile per far fronte alle difficoltà che sorgono in queste situazioni, consista nello sviluppo di un assetto economico fondato su un sistema diversificato di fonti energetiche.

Questa situazione non deve sorprenderci: l’idea per cui ciò che a livello più elementare differenzia gli stati tra loro è il possesso di forme di ricchezza economica che caratterizzano il suo potere di negoziazione e al tempo stesso la garanzia della sua autonomia e della sua indipendenza rispetto ai restanti soggetti del contesto internazionale, costituisce una consapevolezza politica che ha da sempre presieduto alle logiche di sopravvivenza delle relazioni internazionali. La forza economica di uno stato è spesso l’elemento che determina la posizione che questo assume in politica estera e, d’altra parte, l’utilizzo di forme di rappresaglia economica, come l’imposizione di sanzioni, i dazi o, nei casi estremi, l’embargo, costituiscono forme «pacifiche» per la risoluzioni dei dissapori che si creano tra gli stati e possono essere utilizzate per far capire le proprie posizioni ai contendenti in alternative degli strumenti bellici (questo ne spiega l’uso sempre più frequente che viene fatto oggi giorno come elemento alternativo di coercizione, specie da parte delle Nazioni Unite). Nessuna meraviglia allora. L’azione intrapresa dalla Russia, se valutata secondo il metro di misura del realismo politico, costituisce semplicemente l’atteggiamento adottato da un paese sovrano che cerca nuovamente di affermare la propria posizione di rilevanza sia sul piano regionale sia su quello internazionale, con la chiara intenzione di estendere la propria rilevanza rispetto a quei paesi dell’ex-blocco sovietico che si stanno orientando sempre più su posizioni di Atlantismo (vedi il caso della Polonia che, nonostante il suo legame con l’Unione Europea, ha deciso di acquistare F-16 di fabbricazione statunitense suscitando chiaramente l’ira di molti ufficiali europei). Ovviamente, l’unico strumento che la Russia possiede per poter manifestare la propria influenza è l’utilizzo dello strumento economico, anche se, il rischio che corre nell’assumere posizioni di forza eccessivamente drastiche, è quello di perdere affidabilità e questo potrebbe condurre gli attori che dipendono dal suo approvvigionamento, a scegliere delle strade alternative di rifornimento energetico. Nel caso in cui questo si verificasse, allora lo stato rifornitore (in questo caso la Russia), perderebbe del tutto la possibilità di sfruttare l’elemento economico come moneta di contrattazione e, invece di riuscire ad orientare i paesi che si trovano all’interno della sua sfera di influenza ad adottare politiche ad esso gradite, otterrebbe l’unico risultato di cadere in una posizione di isolamento. Il comportamento della Russia ha suscitato molteplici riserve all’interno dell’Unione Europea e, non a caso, l’atteggiamento che il Cancelliere Tedesco Angela Merkel mostra di avere rispetto a questo stato, è sostanzialmente diverso a quello che ha caratterizzato il suo predecessore, Schroder, che considerava il legame tedesco-russo di primaria importanza. Non che questo ci consenta di poter dedurre l’esistenza di una forma di polemica o di un attrito -altrimenti il progetto di costruzione di un oleodotto che collega direttamente la Russia con la Germania non avrebbe ragione di essere-, ma la situazione creatasi spinge ad adottare misure particolarmente attente nel valutare il tipo di commitment che viene assunto da un partner politico (Putin), che apertamente «non ritiene la Russia sufficientemente pronta per affrontare il processo di modernizzazione senza il sostegno di elementi di autoritarismo». Il dibattito accesosi in merito al problema del rifornimento energetico consente allora di toccare con mano uno dei paradossi che caratterizzano la logica della globalizzazione, per cui, se da una parte è generalmente diffusa l’idea che lo sviluppo di un mercato globale implica la possibilità di tessere rapporti commerciali intensi e maggiormente favorevoli che rendono possibile l’acquisto di prodotti a costi inferiori, tuttavia dobbiamo concludere che questo principio non vale per le fonti energetiche, per le quali, al contrario, continua a dominare la vecchia logica della Ragion di Stato. In altre parole, nel contesto del rifornimento delle materie prime, la realtà del legame esistente tra i vari paesi implica, per la maggior parte, la presenza di un «gioco a somma zero» in cui il vincolo che sussiste tra gli attori, difficilmente riesce ad essere perfettamente equilibrato e più spesso implica la presenza di una forma di dipendenza da parte di uno dei due partner commerciali. Corrisponde quindi ad un comportamento perfettamente “raziocinante” il fatto che, anche nel nostro secolo, gli stati che si sentono sufficientemente forti della loro sovranità decidano di intraprendere un conflitto bellico pur di assicurare la propria sfera di influenza nelle restanti «zone ricche» del globo. Ma qual è la posizione dell’Unione Europea di fronte alla questione energetica? Se analizziamo la situazione seguendo questa prospettiva, allora saremmo costretti ad affermare che la condizione di tutti gli stati che non possiedono un sufficiente residuo di fonti energetiche è catastrofica perché le uniche prospettive che si prospettano sarebbero, o quella di intraprendere un’azione di conquista, oppure quella di soccombere al dominio di uno stato in possesso di un grande quantitativo di materiali. Forse l’esistenza di questo cinico dualismo poteva essere accettata secoli fa quando risultava effettivamente difficile trovare valide alternative proponibili, ma non è certo accettabile oggi giorno dato che viviamo nella «famigerata» era tecnologica e questo dovrebbe rendere possibile la realizzazione di una scappatoia di fronte al dilemma energetico. Non solo quindi la risoluzione del problema di approvvigionamento delle fonti energetiche si rivela di fondamentale importanza per la tutela della posizione degli attori politici, ma si impone ora con particolare urgenza dato che per decenni siamo rimasti vincolati allo sfruttamento di materiali fossili -quali, primariamente, il carbone e il petrolio-, che scarseggiano e probabilmente si estingueranno nel giro di pochi decenni: questo evento avrà come conseguenza violente ripercussioni e provocherà la messa a rischio della stabilità delle diverse economie, per non parlare dei gravi danni per l’ambiente e di fronte ai quali non è più possibile restare indifferenti. La questione si fa sempre più pressante e coinvolge tutti gli attori dello scenario internazionale, come dimostra il fatto che recentemente i capi di stato e di governo di sedici paesi asiatici (EAS) hanno raggiunto una posizione comune in merito al problema: in particolare, nonostante questi paesi abbiano riconosciuto che il petrolio e il carbone costituiscono la spina dorsale delle loro economie, al tempo stesso si sono mostrati fermamente decisi a ridurre la loro dipendenza rispetto ai paesi stranieri e questo significa, in primis, trovare una «via comune» per superare le difficoltà che si presentano a seguito dello svuotamento dei giacimenti, della conseguente instabilità dei prezzi e del riscaldamento del clima globale. L’Europa non è da meno e la sua posizione in materia è chiaramente deducibile dal testo prodotto nel 2006, Il Libro verde. Una strategia europea per una energia competitiva e sicura. Si tratta di un documento che affronta il tema con molto realismo e in cui si cerca di delineare una politica energetica per l’Europa che sappia realizzare l’equilibrio tra lo sviluppo sostenibile, la competitività e la sicurezza dell’approvvigionamento. Quello che si prospetta è il concretizzarsi di una «nuova era dell’energia» che sappia effettivamente affrontare le sfide che si prospettano, come ad esempio, la previsione di un aumento della dipendenza europea dalle esportazioni (che si calcola nei prossimi anni aumenterà fino al 70%) e il fatto che le riserve sono prevalentemente concentrate in tre paesi (Russia, Norvegia e Algeria) di fronte ai quali l’Europa si trova quindi costretta a fare «inevitabili concessioni» (il che significa chiudere gli occhi anche di fronte alla questione dei diritti umani) pur di ottenere un sicuro stanziamento delle risorse; inoltre non solo il prezzo del gas e del petrolio sono in crescita, ma la domanda globale di energia è in crescita e questo implica un aumento dei consumi e delle corrispondenti emissioni di CO2. Le questioni economiche, quindi, non costituiscono un ambito a se stante che può effettivamente essere gestito in modo separato, ma chiamano direttamente in causa tutta una serie di conseguenze ad esso concatenate che condizionano la posizione di indigenza dell’Unione e che ora coinvolgono direttamente anche la tutela di un ambiente climatico che viene sempre più messa a repentaglio. Quello che viene auspicato attraverso il documento, è l’istituzione di mercati energetici interni perfettamente competitivi che rendano possibile a tutti i cittadini godere della sicurezza dell’approvvigionamento e dell’abbassamento dei prezzi attraverso una struttura solida basata su un sistema di interconnessioni, fondata su un quadro normativo regolamentare pienamente applicabile a livello pratico e che sappia garantire il pieno rispetto delle norme in materia di concorrenza; inoltre -facendo riferimento al testo stesso-, «se l’Europa vuole vincere le molteplici sfide che deve affrontare, il consolidamento del suo settore energetico, dovrebbe essere trainato dal mercato e si dovrebbero fare congrui investimenti per il futuro». E’ quindi necessario approfondire la condizione di dipendenza reciproca dei vari paesi dell’Unione nella consapevolezza che le singole politiche energetiche nazionali non possono affrontare con efficacia questa importante e difficile questione in modo isolato, al contrario, è indispensabile agire di concerto e giungere ad adottare una politica comunitaria concreta in merito alle questioni energetiche. Il «Piano di Azione sull’efficienza energetica» prevede un forte aumento degli investimenti che renda possibile la ristrutturazione degli impianti che mostrano segni di invecchiamento e la realizzazione di un forte incremento nell’applicazione di quelle energie rinnovabili di cui l’Europa è già leader mondiale (non solo il mercato europeo dell’energia rinnovabile registra un piano d’affari che circa la metà del mercato mondiale, ma l’energia rinnovabile comincia a fare concorrenza ai combustibile possibile sotto il profilo dei prezzi). Ovviamente, si tratta di un mercato ancora giovane e che deve ancora raggiungere un regime di pieno sviluppo, il che comporta necessariamente lo stanziamento di un gran numero di investimenti al fine di perfezionare maggiormente i metodi di produzione a bassa emissione di carbonio -come la produzione di energia eolica in mare aperto e l’energia del moto ondoso e maremotrice-. Altre soluzioni effettivamente redditizie che vengono prospettate, sono quelle che fanno riferimento a tecniche di cattura di CO2 e al suo stoccaggio geologico, quali vie alternative soprattutto per quei paesi che scelgono di continuare ad utilizzare il carbone come fonte energetica; infine, si fa riferimento ai nuovi vettori energetici quali l’idrogeno, la fissione nucleare avanzata e lo sviluppo della fusione che, se pienamente realizzati, consentirebbero di ottenere un grosso quantitativo di energia pur all’interno di un contesto di rispetto dell’ambiente. Il programma strutturato riconosce quindi che non esiste una singola soluzione ai problemi energetici dell’Unione Europea, ma che la strada da intraprendere è quella che comprendere al suo interno un ampio ventaglio di tecnologie molteplici e, a tal fine, è indispensabile la collaborazione di tutti i paesi per riuscire non solo a realizzare la loro piena attivazione, ma anche fare in modo che sia possibile immettere queste soluzioni in modo efficiente e remunerativo sul mercato europeo e globale. Per concretizzare questi obiettivi si rende quindi necessario rafforzare le attività di ricerca cercando il più possibile di concordare delle piattaforme e dei progetti comuni, poiché solo impedendo la sovrapposizioni tra i vari progetti diventa possibile sfruttare al meglio le risorse che vengono investite. Il documento quindi affronta la questione con concretezza e sottolinea che per sviluppare i «mercati trainanti» per l’innovazione, è indispensabile agire mediante azioni integrate su larga scala, ovvero coinvolgere direttamente tutti gli stati membri, ma anche i settori pubblici (prospettando persino l’ipotesi di mobilitazione delle risorse della Banca Europea) e quelli privati che attraverso l’impiego di investimenti nel settore nascente, potrebbero realizzare grossi profitti. Ovviamente la realizzazione di questi obiettivi è molto ambiziosa ma si mostra necessaria perché solo attraverso la creazione di fonti energetiche sicure ed efficienti sarà possibile per l’Europa garantire la sicurezza degli approvvigionamenti, lo sviluppo sostenibile, la competitività industriale, ovvero tutti quegli elementi che consentono di realizzare una situazione di piena autonomia ed indipendenza dal punto di vista strategico, quali condizione primarie per garantire la sicurezza e l’attuazione di una politica estera effettivamente indipendente rispetto ad altre sfere di influenza. Portare avanti questo progetto serve quindi non solo per salvaguardare le condizioni climatiche attraverso la diversificazione di un sistema energetico ancora basato sullo sfruttamento dei combustibili fossili, ma anche fare in modo che l’Europa possa effettivamente proporsi come attore capace di esprimersi con la propria voce e far sentire il proprio peso sul piano internazionale, all’interno di uno scenario politico in cui le logiche secolari che presiedono al potere e alla sopravvivenza degli stati sono ben lunghi dall’essere cadute in disuso.

 

Valentina Risi 

 
< Prec.   Pros. >