L'evoluzione della stella a cinque punte
mercoledì 28 febbraio 2007
Il fenomeno del terrorismo brigatista nasce in un preciso contesto storico - la società italiana alla fine degli anni sessanta - intrecciandosi a tal punto alla particolarità dell’ambiente politico, economico e sociale del nostro paese, da evolversi di pari passo ad esso, e trasformarsi, lungo un ampio arco di tempo, in un fenomeno del tutto peculiare, che non trova riscontri in nessun altro paese europeo dove pure sono sorti movimenti eversivi. Proprio per questa sua specificità, l’analisi del terrorismo rosso, cade troppo spesso vittima dei suoi limiti, che consistono innanzitutto nel non poter applicare una comparazione sufficientemente esaustiva con altri tipi di terrorismo, così che gli unici strumenti di paragone sono di fattura cronologica o di matrice ideologica.


Ciò purtroppo è troppo spesso fonte di un “riduzionismo” cronachistico che si limita a osservare il semplice dato concreto della originalità del fenomeno: la sua durata temporale, riconducendo la attuale riviviscenza del brigatismo ad uno strascico “eccezionale” del percorso che sembrava essersi concluso con gli anni ottanta. Un altro limite riduzionista è quello di omologare il fenomeno Brigate Rosse ad una ristretta cerchia di adepti che condividerebbe l’esaltazione mistica per un’utopica rivoluzione, il fervore quasi religioso per la violenza, l’amore per l’avventura della vita clandestina, insomma la riduzione di un fenomeno complesso ad un dissenso settario e ristretto ad un circolo di pochi psicopatici.
L’excursus del fenomeno Brigate Rosse, è un percorso partito dal ’68 e, da allora, sia la cronaca quanto la filosofia politica e la sociologia, parlano una lingua diversa rispetto al passato, coniando neologismi per cercare di collocare in un certo ambito disciplinare fenomeni sociali che, pur avendo radici profonde e pur essendo stati catalogati in un modo preciso, oggi, sfuggono ad ormai obsolete schematizzazioni concettuali. I concetti stessi di “potere”, “autorità”, “legittimità”, “consenso”, “dissenso”, ”antagonismo” si rivestono di significati nuovi e polivalenti, e pur non rinnegando le loro origini concettuali, si sganciano dall’univocità delle forme ideali in cui erano stati concepiti. E’, allora, il metodo che può fare la differenza tra omologare e razionalizzare, tra ridurre e diversificare, tra capire e comprendere. Un metodo che deve, oggi più che mai, avvalersi dell’inter-disciplinarità degli strumenti e che si serva della diversità degli approcci come di una risorsa. E’ nei concetti di “bio-diversità”, “bio-politica”, “eugenetica” e “multi-culturalità” che si gioca la sfida delle scienze umane e della conoscenza in generale, una partita che può risolversi nel riduzionismo, nell’etnocentrismo e nell’elucubrazione di un modesto sapere di pochi, piuttosto che nell’accesso all’informazione, nell’abbattimento delle barriere mentali oltre che fisiche, nell’allargamento degli orizzonti speculativi della moltitudine degli individui. E’ la soddisfazione di questi bisogni culturali a dover accompagnare quel benessere economico che la civiltà dovrebbe garantire ai popoli. Perché è su leve di una lega siffatta che stanno in equilibrio integrazione e integralismo. E’ dunque necessario in quest’ottica, prospettare una distinzione fra “prime” Brigate Rosse e “nuove” BR Partito Comunista Combattente, e separarne, anche se non in modo antipodico, quella continuità ideologica che queste ultime si accreditano. Tale continuità si è visto essere, infatti, costituita da un ristretto nocciolo oggettivo, che si rifà, inoltre, all’azione delle Brigate Rosse della fine degli anni settanta e non a tutto il loro patrimonio teorico. La continuità soggettiva si è visto, altresì, essere di due fattispecie. L’una inesistente, laddove le ricostruite BR Pcc si formano da un soggetto recente (il nucleo Lioce, per intenderci), una generazione del tutto diversa rispetto a quella delle storiche. L’altra, invece, presente laddove la simbiosi del gruppo, il collettivo, sfuma nella soggettività del militante, denudandola della sua caratteristica per così dire umana. Il rapporto fra dimensione collettiva e dimensione soggettiva era più stretto nelle Brigate Rosse di prima costituzione, soprattutto per ragioni di relazione con il mondo esterno, lasciando un margine meno ampio alla vita pubblica piuttosto che alla clandestinità. Tuttavia, anche in ciò va riscontrata una profonda divergenza metodica fra nuove e vecchie BR. Le prime erano, in un certo senso, più clandestine e più collettive, le seconde più scoperte e individualiste. Non va, inoltre, confuso il concetto di continuità con quello di successione. Il fenomeno Brigate Rosse non continua da trent’anni, ma si diversifica in trent’anni. Le nuove BR succedono alle vecchie portando con sé tutte le differenze che si possono osservare, ad esempio, nella successione ad un trono ereditario fra erede e dante causa. E’una metamorfosi, un mutamento, se non tanto di “regno”, ovvero di dissenso, almeno di espressione/personificazione. Dunque, non si tratta della continuità dell’ortodossia brigatista, ma del riutilizzo del marchio. I compagni reclusi in carcere intervengono, ma non all’unanimità, per consentire il passaggio di testimone e per autorizzare l’apposizione della firma, la stella a cinque punte. Ancora in tema di inter-disciplinarità si possono prendere in prestito dalla biologia due termini che possono essere associati ai fenomeni sociali, utili per chiarire questo processo di trasformazione. Sono i concetti di “persistenza” e “resilienza”. Il primo utilizzato quando, in natura, un dato ordine di elementi viene scosso da cause esterne, resistendovi e tornando dopo lo sfogo di queste cause, all’equilibrio iniziale. Il secondo, invece, si riscontra quando il feed back, ovvero l’interazione fra cause esterne ed elementi interni, non si chiude con il ritorno all’equilibrio iniziale, bensì con l’approdo ad un nuovo equilibrio. Si può adattare questo schema anche ai fenomeni sociali, parlando di “persistenza sistemica” e “resilienza sistemica”. Se si considera l’organizzazione delle Brigate Rosse come un sistema, infatti, si può avere la visione limpida di come questo non persista nel tempo da generazione in generazione, ma si adatti all’ambiente esterno, alla società italiana e ai suoi input, in maniera cangiante, cercando di trovare nel tessuto sociale, un nuovo equilibrio. Da qui la necessità di scavare nel malessere, nel dissenso e nelle sue mutate forme di espressione. Da qui anche il pericolo che vi riesca. Magari snaturando la sua origine operaista per entrare in simbiosi con i nuovi dissensi sociali e politici, l’anti-imperialismo, l’anti-americanismo, l’anti-globalizzazione, addirittura il fondamentalismo islamico. Un simile meccanismo di trasformazione, tuttavia, come per ogni sistema, incontra una serie di resistenze, prima fra le quali, l’indissolubilità del fenomeno Brigate Rosse dalla specificità della società italiana. L’attrazione verso poli di consenso internazionalistici, per non voler dire completa corruzione della natura stessa delle BR, dovrebbe accompagnarsi ad un mutamento del malessere e del dissenso strisciante nella società italiana verso campi di orientamento di quel tipo. E ciò sembra ancora oggi piuttosto lontano. La “rivoluzione”, nucleo teorico essenziale sia delle prime quanto delle più recenti Brigate Rosse, è un ideale che non può essere raggiunto senza le masse. Se il ruolo che si prefiggono le BR è quello di testa di ponte delle masse dissenzienti verso la rivoluzione, il contatto delle avanguardie con la base deve necessariamente esistere ed essere strutturato attraverso legami solidi. Su questo terreno si sono dissolte le storiche, e su questo terreno si rivela ancora oggi la debolezza delle nuove Brigate Rosse.

 

Niko Ciancio 

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