Ambiente: passa la linea verde del Nordeuropa
lunedì 19 marzo 2007
Il 9 marzo 2007 l’Europa ha compiuto un passo importante. C’è chi ha scritto che l’accordo su energia e ambiente con cui si è concluso il vertice dei 27 capi di governo ha una portata paragonabile all’adozione dell’Euro, all’allargamento a Est e all’istituzione del mercato comune. Un’iperbole, certo, ma un’iperbole non del tutto fuori luogo. Non è invece un’iperbole, ma un dato di fatto, la constatazione di Greenpeace, che ha sottolineato come il risultato raggiunto la settimana scorsa sia il passo più importante fatto per la lotta ai cambiamenti climatici dopo Kyoto. Un successo personale per la titolare della presidenza di turno, Angela Merkel, che, a ridosso del vertice, aveva auspicato una conclusione che conferisse all’Europa un “ruolo trainante” a livello mondiale, che fosse di esempio per chi, come USA e Cina, produce più emissioni di noi e non ha sinora assunto impegni significativi per la loro riduzione.


La speranza di esercitare una funzione trainante è, in effetti, inclusa nella clausola che prevede un incremento della quota di abbattimento delle emissioni (dal 20 al 30 per cento) nel caso in cui importanti potenze extraeuropee assumano impegni analoghi. Così come sono inclusi nel documento finale gli altri punti che la presidenza di turno si era posta come obiettivi: 20 per cento di energie rinnovabili entro il 2020, 10 per cento di biocarburanti nel settore del trasporto entro la stessa data e, sempre entro il 2020, 20 per cento di risparmio energetico tramite incremento dell’efficienza. Ma, soprattutto, Angela Merkel ha convinto i non pochi governi recalcitranti a porre queste quote come impegni vincolanti, e non solo auspicati.
E’ interessante, a questo proposito, osservare gli orientamenti dei diversi paesi che sono emersi nel corso del vertice. Accanto alla Germania, per l’adozione di un documento ambizioso e vincolante si sono schierati, infatti, Danimarca, Svezia e Lussemburgo, paesi riconducibili, genericamente, all’area nordeuropea. Paesi che da tempo hanno incominciato a investire sulle fonti rinnovabili e attuano tradizionalmente politiche ambientali forti ed efficaci (per esempio nel campo del risparmio energetico o della gestione dei rifiuti). C’è poi il blocco nucleare, con la Francia in prima linea affiancata da Finlandia e, in misura minore, Gran Bretagna, che hanno ottenuto il riconoscimento del contributo del nucleare all’abbattimento delle emissioni: una sconfitta per il fronte antinucleare, rappresentato, oltre che dai gruppi ambientalisti, anche da paesi apertamente antinucleari (Austria e Irlanda), ma un compromesso necessario per ottenere l’adesione di tutti i membri. I nuovi inquilini centroeuropei (Repubblica Ceca, Polonia, Slovacchia) si sono dimostrati recalcitranti a misure drastiche, difficilmente sostenibili – è stato affermato – dalle loro economie: per ottenere il loro consenso si è stabilito che le quote di abbattimento saranno differenziate in base alle condizioni geografiche e allo stato dell’economia di ciascun membro. La Spagna, che da diversi anni ha deciso di investire soprattutto nell’energia eolica, ha appoggiato i provvedimenti. Anche il governo italiano si è schierato a favore, ma a partire da una situazione diversa rispetto a quella degli altri promotori. Fatta eccezione, infatti, per la produzione idroelettrica, l’Italia si trova decisamente indietro per lo sfruttamento delle fonti rinnovabili, pur godendo di una posizione geografica invidiabile per l’utilizzo delle fonti eolica e solare.
Alle spalle dell’adesione italiana non vi è, dunque, come accade per i paesi nordici, una radicata cultura ambientalista applicata anche nel campo dell’energia, ma piuttosto un orientamento politico “europeista” e “ambientalista” da parte dell’attuale governo. Il che può far sorgere dei dubbi sulla nostra capacità di centrare gli ambiziosi obiettivi posti per il 2020, soprattutto se si considera che siamo ben lontani dalla strada che ci dovrebbe portare a centrare entro il 2012 quelli, più modesti, di Kyoto. Che cosa ha da imparare l’Italia da quei paesi nordici che la settimana scorsa sono riusciti a trasformare la loro linea nella linea dell’Unione Europea? Fondamentalmente due cose: una che riguarda prevalentemente la cultura di governo e l’altra prevalentemente la cultura di cittadinanza. La prima può essere definita “cultura della pianificazione”: la capacità dei governi di individuare per tempo le sfide di lungo termine e di affrontarle con azioni di lungo respiro. Su di essa prevale troppo spesso, dalle nostre parti, la “cultura dell’emergenza”: la tendenza ad affrontare i problemi solo quando non si può più evitare di affrontarli, proponendo misure drastiche e, talvolta, inapplicabili. La seconda è la cultura dell’interesse comune, che non implica necessariamente uno slancio mistico, ma semplicemente l’intelligenza di comprendere i vantaggi che derivano dalla tutela dei beni comuni e di agire di conseguenza. Su questa prevale spesso la miope ovvietà dell’interesse immediato, rigorosamente privato. Se questi due ingredienti non entreranno, in un modo o nell’altro, nella cultura maggioritaria delle classi dirigenti italiane (in parti minoritarie sono, ovviamente, già presenti), con uno sforzo che deve accomunare governo (per le linee guida, le leggi, le strategie), mondo dell’industria (per l’attuazione delle riduzioni) e cittadinanza comune (per i comportamenti responsabili necessari al risparmio energetico), sarà ben arduo conferire agli importanti impegni salutati con favore dal governo Prodi il carattere di realtà effettiva.

 

Antonino Spinelli 

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