A Berlino si spengono 50 candeline, di Francesca Traldi
domenica 25 marzo 2007
roma1957_trattatiBerlino é la sede ufficiale dei festeggiamenti dei 50 anni dalla firma del trattato di Roma. La scelta non ha suscitato polemiche da parte dell’Italia che approva – almeno a parole – la scelta della Merkel. Per ringraziare il beau geste italiano, la presidenza tedesca si é sentita in dovere di rendere omaggio all’Italia ed alla sua capitale con una visita in Campidoglio, sede storica del trattato.
In occasione della visita lampo italiana, la Merkel nel consueto giacca e pantalone nero che rende il suo passo ancora più deciso, ha reso visita anche al Presidente della Repubblica. Sull’onda del successo ottenuto al consiglio europeo ha discusso con il governo italiano del tema energetico e dell’avvenire dell’Unione europea. Certa che il rilancio dell’Europa passi per la porta un tempo stretta, oggi ‘spalancata’ di una politica energetica comune (sia nelle fonti rinnovabili che nelle reti).


Dal Presidente del consiglio, la Merkel si attende, inoltre, un appoggio in un aperto contezioso con l’America repubblicana, per evitare la costruzione di uno scudo antimissile contro la possibile futura minaccia dei razzi atomici iraniani.
Nonostante le richieste, i ‘wishful thinking’ ed i ringraziamenti espressi dal cancelliere al governo italiano per ottenere un consenso nel vertice di giugno destinato a far ripartire il processo costituzionale la cautela é d’obbligo. Pare alquanto prematuro parlare di nuovo asse ‘Roma e Berlino’. Più opportuno sarebbe dunque parlare di dialogo, ovvero di fase esplorativa intrapresa dai rispettivi governi in attesa che la Francia vada al voto. L’Italia non deve, infatti, farsi illusioni. Sarà la Francia e il suo nuovo inquilino o inquilina all’Eliseo il vero ago della bilancia a rilanciare o affossare il trattato costituzionale. Un trattato che aspetta la dichiarazione di Berlino, perché come ha dichiarato la Merkel al conservatore Frankfurter Allgemeine Zeitung ‘a Berlino la speranza non è ancora morta’.
La scelta di Berlino per festeggiare il compleanno dell’Europa é una scelta strategica e politica che testimonia i cambiamenti in atto. Berlino ed i suoi quartieri oltre ad essere stati recentemente spacchettati, come un regalo a Natale, sono la città simbolo di una Europa tutta nuova, un’Europa allargata a 27 stati membri o forse dovremmo dire più correttamente riunificata. Faticosamente impegnata a superare i confini profondi della guerra fredda, a riscoprire le radici comuni - un tempo divise da una cortina di ferro – tra le tante difficoltà effettive. Ed é allora da Berlino che si dovrebbe partire per capire il futuro dell’Unione Europea: dal cuore della Germania prussiana e dalle politiche della Merkel. Una Merkel che, sull’onda del grande successo rilevato nel Consiglio Europeo ha dimostrato agli euroscettici che la ‘pausa di riflessione’ é realmente finita, come aveva promesso in occasione del suo appassionato discorso al Parlamento Europeo, a inizio semestre.
Evitando la retorica europeista che troppo spesso descrive l’unione come la patria di un mondo fatato, retorica smielata che fa torto all’Europa e paradossalmente rafforza i tanti euroscettici, il cancelliere si é dimostrato pragmatico nell’enunciare un’agenda politica realistica basata sul principio cardine della flessibilità. Senza dimenticare le difficoltà e affrontando con ottimismo la sfida di fare di 27 Stati membri un attore riconoscibile sulla scena mondiale con una voce sola in politica estera.
Consapevole che sei mesi non bastano a superare la crisi europea (sorta all’indomani della bocciatura da parte di due referendum), la Merkel fin’ora ha sacrificato gli interessi nazionali per approcciare in modo multilaterale costruendo una troika tra Germania, Portogallo e Slovenia (i due paesi chiamati ad ereditare il testimone della presidenza europea nei semestri successivi).
Una politica illuminata per arrivare ad una costituzione europea. Nella consapevolezza forse oggi più condivisa rispetto a ieri - grazie agli sforzi di una donna - che abbandonare il trattato costituzionale significherebbe andare incontro a ostacoli maggiori.

 

Francesca Traldi 

 
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