L'Europa tra due fuochi: questioni di "sicurezza nucleare", di Valentina Risi
domenica 25 marzo 2007
missile_launchA quasi venti anni dalla fine della Guerra Fredda, l’ombra lunga degli spettri che hanno caratterizzato questo periodo continua ad infestare i meandri del vecchio continente e rende nuovamente urgente ed attuale il dibattito in merito alla questione nucleare. Ciò che intendiamo sottoporre ad analisi in questo breve contributo, è l’attenzione diffusa suscitata dal progetto statunitense di installare un sistema di difesa missilistico in Polonia e nella Repubblica ceca. La conseguenza più logica che questo tentativo trascina con sé è che, attraverso lo svilupparsi di un «legame speciale» tra questi due stati europei e il partner statunitense, si realizzi una sorta di squilibrio strutturale all’interno di una Europa che faticosamente cerca di mettere insieme i pezzi di una coerente ed unitaria politica estera comune.

Analizzando le cause profonde che spingono la Polonia e la Repubblica ceca a compiere questo passo, e quindi a scegliere deliberatamente di diventare due province strategicamente affiliate al colosso statunitense, troviamo ovviamente il ricordo ancora vivo che pulula negli animi di popolazioni che per lunghi decenni sono state costrette a subire un dominio sovietico che mai pare essersi completamente estinto, e che anzi ora ricompare sotto modificate vesti. In effetti, nonostante la denuncia del Presidente Putin contro gli Stati Uniti (espletata durante la Conferenza sulla Sicurezza tenutasi a Monaco circa un mese fa) colpevoli -a suo avviso- di un rinnovato «sforzo verso il dominio mondiale» e responsabili di una evidente «militarizzazione dello spazio mondiale», è innegabile che anche la Russia manifesta molteplici difficoltà nell’abbandonare il proprio ruolo di superpotenza mondiale e (sorvolando in merito allo svolgersi delle operazioni militari in Cecenia) si sforzi di utilizzare i rifornimenti di gas come moneta di contrattazione per far valere le proprie ragioni politiche. Valutando la situazione geopolitica presente con lo sguardo rivolto al passato, è ovvio che la rinnovata linea di demarcazione che viene tracciata in Europa, rimanda direttamente alla fase di divisione del mondo in sfere di influenze contrapposte, ed ha la propria ragione di essere non solo in un «passato che non passa», ma anche nelle molteplici difficoltà che rendono effettivamente arduo l’affermarsi della democrazia in paesi che sono privi di un appropriato e maturo tessuto culturale, e che a sento quindi riescono ad assecondae l’effettivo radicarsi di quelle forme di «visibilità» e «legalità» che sono il presupposto indipensabile dello stato di diritto. Ma, procedendo oltre, cerchiamo di comprendere in modo maggiormente accurato le peculirità della dottrina strategica statunitense e le logiche sotterranee che muovono determinate scelte nella politica estera. Ad una recente intervista, alcuni comandanti militari statunistensi hanno affermato che la Russia non deve temere l’installazione di un sistema di difesa missilistico nei sopra citati stati europei, in quanto tale non possiede alcun carattere offensivo ma costituisce semplicemente un «sistema di difesa». Se così fosse, avremmo in realtà ben poco motivo di preoccuparci e, al contrario, saremmo indotti a valutare positivamente la possibilità di poter godere della protezione dell’ombrello nucleare statunitense. Ma allora perché questa scelta strategica pare trascinare con sé le vecchie logiche di «corsa agli armamenti» e innesca nuovamente quella spirale di «perception-misperception» che spinge la Russia a correre ai ripari? Quale differenza corre tra la fase in cui gli USA installavano sul suolo europeo basi di Missili Cruise o Pershing-2 e quella in cui invece si installa un «sistema di difesa missilistico» (Ballistic Missile Defence), e che cosa significa dunque esattamente costruire uno «scudo stellare»? Questo dispositivo anti-missilistico è composto da una rete di comunicazione e di controllo che si caratterizza per la combinazione di un sistema di radar in grado di avvertire la presenza di minacce esterne in unione con un insieme di missili in grado di intercettare la traiettoria del corpo estraneo entrato nel proprio raggio di azione. Lo scopo di questo sistema è quello di fornire agli Stati Uniti uno strumento di salvaguardia per tutta la nazione nei confronti di attacchi limitati o di attacchi condotti con missili intercontinentali (ICBM): l’obiettivo contro il quale si procede sono, ovviamente, sia i diversi gruppi di matrice terroristica e gli stati appartenenti al cosiddetto «asse del male» (Rouge State) –così come venivano indicati ben prima che si verificasse l’attacco alle Torri gemelle-, sia, più in generale, qualsiasi soggetto che riesca ad entrare in possesso –causa il fenomeno della proliferazione nucleare seguito alla disfatta del regime sovietico- di una qualche minacciosa arma bellica. Un elemento da non sottovaluare consiste nel fatto che, per la messa in piedi del sistema di difesa missilistico, il Presidente G. Bush è stato costretto ad abrogare l’Anti-Ballistic Missile (ABM) Treaty stipulato con la Russia nel 1972, per intraprendere invece il sentiero del primato nucleare statunitense e della diplomazia coercitiva. Questa politica è stata avallata in modo esplicito nel National Security Strategy (NSS) del settembre 2002, in cui il Consiglio per la Difesa Nazionale ha sottolineato la necessità di sviluppare un sistema di difesa contro il rischio di proliferazione nucleare ed ha evidenziato come il perseguimento della politica di «deterrenza attraverso la rappresaglia», costituisca un vecchio relitto della Guerra Fredda che non è più considerato in grado di sostenere in modo efficace la politica di difesa statunitense. Per questo motivo si rende ora necessario procedere –sempre secondo il documento- in modo diverso e, partendo dal presupposto per cui «maggiore il rischio, maggiore il pericolo di inazione», realizzare delle mosse anticipatorie che si concilino con una politica di agire preventivo. Il mutamento verificatosi nella dottrina statunitense può dunque essere quindi riassunto come il passaggio dalla politica del «contenimento» a quello della «prevenzione» contro la minaccia di attacchi portati avanti con armi di distruzione di massa. L’impulso che spinge in questa direzione è la diretta risultante del mutamento avvenuto nel contesto internazionale per cui, non solo gli avversari che gli Stati Uniti si trovano ora costretti a fronteggiare sono molteplici ma, soprattutto, è venuta meno quella condizione primaria che rendeva possibile, in una certa misura, il mantenimento dell’equilibrio della minaccia nucleare tra USA ed URSS durante il periodo della Guerra Fredda, ovvero l’assunto della «razionalità» dell’attore (un assunto rimasto sempre parziale per L’Unione Sovietica ma che si è mostrato funzionale). Mentre nel periodo della Guerra Fredda era possibile tentare di prevedere il comportamento dell’avversario a partire dall’ipotesi della razionalità della sue scelte, oggi giorno questo calcolo non può più essere condotto, non solo perchè è mutato il soggetto politico (non sempre si ha a che fare con «stati»), ma anche nel caso in cui ci si trovasse di fronte ad una riconosciuta potenza mondiale, non sempre si ha perfetta garanzia in merito alla linearità logica delle scelte che questa è chiamata ad assumere. La politica di difesa viene inoltre sostenuta da una dottrina (elaborata da James Turner Johnson) che valuta ogni azione di prevenzione e di salvaguardia come la risultante di un «obbligo morale» direttamente conciliabile, non solo con l’idea per cui, effettivamente, «è meglio difendere le vite piuttosto che vendicarle» (Ronald Reagan), ma anche con la completa legittimità che qualsiasi sforzo di difesa possiede nei confronti di ingiuste aggressioni. Da questo punto di vista, allora, la DOTTRINA della DIFESA (la cui manifestazione più alta consiste appunto nell’installazione dello scudo stellare in Europa), non solo conferisce una completa liceità e la forte valenza di un dettame morale ad ogni agire preventivo (bisogna pensare che la guerra che si sta attualemente svolgendo in Iraq corrisponde perfettamente alla definizione di una GUERRA PREVENTIVA), ma in aggiunta, si ricollega direttamente alla DOTTRINA DELLA GIUSTA GUERRA che ha i propri progenitori spirituali nell’insegnamento cristiano di Ambrogio da Milano (per cui «chi non difende un proprio amico ha la stessa colpa di chi lo assale») e, ovviamente, in Agostino (per cui l’ingiunzione di «voltare l’altra guancia» deve essere surclassata dall’«amore per il prossimo», il che implica in modo necessario l’obbligo di difenderlo nel momento in cui questi è vittima di attacchi ingiusti). Nonostante alcuni tendano ad attribuire una innata superiorità morale al sistema di difesa missilistico, non tutti però sono d’accordo: non è infatti possibile accertare il sussistere di alcun presupposto di «perfetta e superiore innocenza» in coloro che vengono difesi (rimando direttamente all’ espressione dell’analista Lackey che sottolinea con particolare enfasi le difficoltà insiste in questa valutazione di tipo morale e sentenzia: «una perfetta difesa di Auschwitz non sarebbe certo stata un cosa moralmente buona!»), ma anche perché l’SDI non può essere veramente considerato un semplice sistema di difesa. Prendendo in considerazione la posizione assunta dall’amministrazione Bush in merito all’articolazione del sistema di forze nucleari americano definito la «Nuova Triade» (New Triad) –composto da un insieme di elementi di attacco offensivo e di difesa nucleare contro inaspettate minacce-, diviene evidente che la strategia di difesa non deve essere considerata in modo isolato, ma in stretta unione con la dottrina della prevenzione, o meglio, dell’ATTACCO PREVENTIVO: è ovvio infatti che, nel momento in cui gli Stati Uniti, con il perfezionarsi del sistema di difesa, non avranno più timore di future attacchi da parte di forze esterne, allora si daranno vita a conseguenze inevitabili per la politica internazionale poiché, dato che gli USA non avranno a quel punto più alcun concreto timore, allora non avranno neache più remore ad intervenire concretamente -e addirittura attaccare- una qualsiasi forza esterna che non si conforma a determinate politiche o che rappresenti per loro una inevitabilmente minaccia futura. Non sarà allora difficile assistere al verificarsi di eventi capaci di riesumare riesumare il legame –messo in evidenza da Carl Schmitt- sussistente tra la dottrina della Giusta Guerra e quel processo di demonizzazione e disumanizzazione del nemico che si attiva nel momento in cui si rende necessario sostanziare e legittimare un interevento altrimenti non moralmente accettabile (specie se ci si trova a fare i conti con un regime democratico che si scontra con l’opinione pubblica!). Se quindi è possibile affermare che nelle menti degli uomini politici, e soprattutto a seguito della «pratica» della Guerra Fredda, si è instaurata una sorta di precetto consuetudinario riassumbile nel «Nuclear Taboo», è pur vero che questo è valso nei decenni sia per quegli attori che venivano supposti malvagi sia per gli stessi Stati Uniti. Al contrario, ipotizzando che in un futuro più prossimo questi ultimi perfezioneranno il loro sistema di difesa al punto tale da sentirsi abbastanza forti contro qualsiasi attacco esterno, non sussiste però alcuna certezza o garanzia effettiva che non saranno loro stessi i primi a violare (proprio a partire dal loro temporale superiorità strategica) il divieto pratico all’uso delle armi nucleari (ed è evidente che per superare questo confine e azionare una reazione a catena che provocherà il degenerare irreversibile del processo è sufficiente il rilascio di un solo missile). Che cosa deve fare l’Europa? Prima di tutto bisogna cercare di assumere una posizione forte che sia il risultato di un «agire di concerto» e che impedisca il verificarsi di scollature (come invece sta avvenendo): bisogna cioè impedire che alcuni attori agiscano in modo indipendente ed isolato prendendo delle posizioni di cui tutti quanti subiremo inevitabilmente le conseguenze più ampie. Se portare avanti una politica di Iniziativa di Difesa Strategica (SDI) possiede un significato che va ben oltre quello di un semplice sistema di difesa, allora i rappresentanti europei devono prendere forte consapevolezza di questo e comprendere che il rischio non implica semplicemente il crearsi di uno squilibrio all’interno del sistema delle alleanze europeo o il prodursi di una serie di attriti nei confronti della Russia. L’Europa deve affrontare la questione con profonda serietà ed un forte grado di lucidità, avendo in mente che una delle poche alternative che si prospettano consiste nel concretizzare, quanto prima possibile, una politica di piena emancipazione rispetto a qualsiasi attore esterno poiché, solo a questo punto, si manifesta la grande possibilità per il futuro dell’Europa, ovvero quello di agire –in analogia con l’Inghilterra dell’Ottocento- come un «ago della Bilancia» che, sicuramente non potrà pensare di sussstere in una posizione di «splendido isolamento», ma che potrà quanto meno cercare di influenzare –quale attore autonomo ed indipendente (per il significato che questo assume nella complessità delle relazioni internazionali)- il comportamento e le politiche degli altri stati e quindi evitare l’accendersi di potenziali conflitti tra quelle grandi potenze che sembrano allinearsi sempe più su basi irrimebilmente contrapposte. Occorre molta forza, molto acume politico e molto impegno!

 

Valentina Risi 

 
< Prec.   Pros. >