I Talebani? Al tavolo delle trattative!
domenica 25 marzo 2007
L’Italia – vale la pena di ricordarlo – è un paese appartenente alla NATO. La NATO, anche per volontà dell’Italia, che non si è mai dissociata dalla missione, è da diversi anni impegnata a portare a compimento il mandato ONU per il peace enforcing dell’Afghanistan. Proprio per questa ragione permangono in Afghanistan un paio di migliaia di soldati italiani, sotto il comando strategico della NATO. Si tratta di truppe specializzate nel combattimento, dotate anche di sistemi d’arma adeguati, integrate all’interno di un corpo di spedizione approntato per il combattimento.


Da diverse settimane, ormai, il comando della NATO sta conducendo una serie di azioni offensive per ridurre la resistenza dei ribelli talebani dal sud dell’Afghanistan e ridare il controllo di quelle zone del paese al governo legittimo, guidato dal presidente Amid Karzai. Il governo italiano, né quando era guidato da Silvio Berlusconi né sotto la guida di Romano Prodi, ha mai negato la sua autorizzazione a questa azione offensiva, che da mesi ormai veniva chiamata l’«offensiva di primavera». Il governo Prodi, però, ha rifiutato quegli aumenti di truppe e quell’incremento delle dotazioni d’arma che il precedente governo – in accordo con il comando NATO – aveva promesso (ad esempio l’invio di cacciabombardieri AMX).
Le truppe italiane, in questo contesto, sono state assegnate ad azioni di retroguardia, a causa del diniego di mutare le loro regole di ingaggio da parte del governo italiano. Questa semplice decisione rende purtroppo proditorio e traditore il ruolo degli italiani in Afghanistan, confinati a guardare i loro alleati combattere e impossibilitati ad intervenire in modo efficace. In questo modo il governo di Romano Prodi condanna l’Italia a un ruolo di potenza ipocrita: o si sta in Afghanistan e si partecipa alle azioni previste dalla NATO o ci si ritira, come vorrebbero i comunisti che dominano la maggioranza. Ogni altra soluzione, purtroppo, rischia di sembrare come una forma di ipocrisia. Che senso ha partecipare a una missione di combattimento senza dare alle truppe il consenso per combattere? A chiederlo, oltre il senso comune, sono certamente anche i nostri alleati, per non parlare dei nostri comandi militari e dei nostri uomini sul campo.
Ad aggravare le cose, naturalmente, si aggiunge il fatto che la diplomazia italiana, mentre gli alleati combattono una guerra a cui abbiamo dato il nostro consenso e a cui abbiamo garantito la nostra partecipazione, chiede con insistenza una conferenza di pace per l’Afghanistan. Così a ipocrisia si aggiunge ipocrisia: non si può, infatti, condurre una guerra e chiedere la pace proprio nel corso di un’offensiva che, agli occhi dei comandi e degli alleati, dovrebbe essere decisiva. Ma l’Italia, si sa, è una nazione dalla storia diplomatica strana e tormentosa. Non ci si deve stupire, quindi, se il segretario del maggior partito dell’alleanza di governo, Pietro Fassino, giunge a sostenere che sia necessario addirittura chiamare i talebani al tavolo delle trattative, affinché concordino con la Nato le condizioni di una pacificazione dell’Afghanistan. Questa tesi, sbalestrata e turbata dai fumi di un pacifismo beone, sarebbe ridicola se non fosse tragicamente preoccupante: mentre la NATO combatte, uno dei suoi membri, l’Italia, dovrebbe chiedere ai nemici di venire a trattativa. Cosa ne penseranno, caro Fassino, di questa straordinaria idea, consegnata a un quotidiano nazionale, le cancellerie della NATO? Pare proprio che in serietà diplomatica l’attuale governo debba essere battuto dalle corna di Silvio Berlusconi nelle foto di gruppo dei ministri UE e dalle esternazioni belluine di Roberto Calderoli. Si stava meglio quando si stava peggio?

 

Andrea Bellantone 

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