| Il dilemma statunitense: la guerra in Iraq, di Valentina Risi |
| lunedì 30 aprile 2007 | |
Fin dalla fase che ha assistito lo svolgersi delle conferenze internazionali per mettere fine alla Seconda Guerra Mondiale, è risultato da subito evidente a tutti i leaders politici partecipanti il modo in cui si sarebbero strutturati i nuovi equilibri di potere, come pure le sfide e i dilemmi che avrebbero caratterizzato i decenni successivi. Per questo motivo, nonostante le molteplici crisi e le difficoltà che hanno definito il cinquantennio della Guerra Fredda, vivere all’interno di un sistema di rapporti incentrato sul bipolarismo, implicava quanto meno la certezza in merito agli interlocutori il cui agire doveva essere preso in considerazione per monitorare la dialettica del confronto.Nel periodo seguente, con la Caduta del muro di Berlino e, poi successivamente, con la disgregazione dell’Unione Sovietica, si è diffusa per un momento l’impressione che forse gli Stati Uniti avessero “vinto„ la Guerra Fredda, che fossero rimasti loro l’unica superpotenza ancora in piedi e pronta a decretare le sorti del mondo a partire da un sistema internazionale tutto incentrato sull’unipolarismo. Questa impressione si è presto dissolta e ci si è al contrario resi contro che la questione non era affatto così semplice ma doveva essere analizzata con molta precisione ed accuratezza. Lo scenario in via di formazione si mostrava infatti talmente complicato, denso, complesso e ricco di sfide e, di pari passo, il ruolo degli Stati Uniti talmente vasto ed oneroso che forse questi, da soli, non sarebbero stati in grado di fronteggiare e sostenere il carico di questioni che si prospettava loro davanti. Il verificarsi di un evento drammatico ha poi aiutato la storia ad affrontare le incertezze e le oscillazioni di ogni passaggio di epoca e l’11 Settembre è stata assunta quale nuova coordinata esemplificativa per segnalare l’inizio della nuova fase. Con l’attacco alle Twin Towers, gli Stati Uniti hanno provato per la prima volta l’amaro sapore che ha per uno stato il subire un attacco all’interno dei propri confini territoriali e, peggio ancora, vedere i propri civili innocenti ed inermi, costretti di fronte alla morte. Una situazione che presentava tratti analoghi, era stato l’attacco portato avanti dall’Impero giapponese a Pearl Harbour il 7 dicembre 1941, ma almeno in quel caso (al di là del fatto che si trattava di un atto di aggressione non dichiarato), l’impiego di un esercito militare contrassegnato dalla bandiera di una determinata identità statale rendeva possibile la chiara distinzione del nemico. Questa volta invece, non solo sono stati utilizzati mezzi di appartenenti all’aviazione civile statunitense, ma è svanita anche la certezza di fronte al carattere dei contendenti da affrontare: non si tratta più in altre parole di uno stato sovrano chiaramente identificabile. La «guerra al terrore», una lotta con armi impiegate a molteplici livelli di azione e contro obiettivi non sempre delimitabili in modo preciso, è di conseguenza l’elemento che caratterizza il contesto internazionale a partire da quel momento. Di fronte a queste esigenze, l’amministrazione di George W. Bush ha decretato i tratti di una nuova politica estera statunitense secondo cui gli Stati Uniti devono necessariamente riuscire ad imporre la loro potenza in modo tale da delineare i contorni di un ordine mondiale conforme, quanto più possibile, ai propri schemi e parametri di giudizio. In realtà, l’obiettivo che già da tempo veniva percepito come una minaccia contro la quale si rendeva necessario, prima o poi, venire a confronto -il regime di Saddam Hussein- costituiva (e questo elemento è stato messo in evidenza da diversi studiosi) una priorità del governo statunitense fin dal 1992. Nel Defence Policy Guidance (DPG) di quell’anno è infatti possibile leggere che la logica razionale sottostante alla prima guerra del Golfo, era quella di portare avanti il conflitto per assecondare ed utilizzare al meglio l’impressionante superiorità militare statunitense e riuscire in questo modo a modellare i futuri rapporti di potere. E’ risaputo che uno dei motivi principali per cui l’intervento operato dalla prima amministrazione Bush sul territorio iracheno non è stato portato avanti fino all’ultimo (l’esercito U. S. A. si è fermato di fronte alla Guardia Imperiale a difesa di Bagdad), è stata la perfetta consapevolezza posseduta fin da quel momento, in merito alle difficoltà che il controllo della situazione nella regione presentava: la suddivisione della popolazione all’interno di fazioni etniche fortemente ostili tra loro e non precisamente delimitabili territorialmente, rende infatti difficile pensare ad una possibile spartizione del paese in diverse zone e, per questo, le valutazioni operate nel 1991 portarono alla conclusione secondo, in fondo, la figura di Saddam Hussein costituiva una sorta di «male minore» sfruttabile (finché possibile) per contenere l’esplodere di una polveriera di sangue difficilmente controllabile. La seconda amministrazione Bush ha invece deciso di affrontare il rischio e, non soddisfatta delle strategie di contentimento decise dalle Nazioni Unite (sintetizzabili nel sussistere della no-fly zone e dal perpetuarsi di un regime di durissime sanzioni economiche -il cui prezzo più alto è stato pagato dagli individui appartenenti alla popolazione-), ma anche costretta dalle nuove pressioni e dai pericoli manifestatesi in seguito agli attacchi terroristici (non scordiamo quello condotto contro le ambasciate statunitensi in Africa nel 1993), ha dato avvio nel 2003 all’Operazione Iraq Freedom (OIQ). Alcuni documenti di recente sottoposti all’attenzione di tutti, hanno messo in evidenza come, all’interno degli ambienti della Casa Bianca, l’idea di attaccare l’Iraq e di rimuovere completamente il regime di Saddam, costituisse in realtà un gradino implicito e dato quasi per scontato di una più ampia «guerra al terrore»: questo elemento è vero a tale punto che, come alcuni stimati uomini politici del governo hanno dichiarato, la risoluzione ultima per scendere in guerra fu presa senza che si fosse verificato un chiaro processo di decision-making, non ci fu cioè un momento preciso in cui è databile la presa di decisione perché tale costituiva comunque uno dei punti elencati all’interno dell’Agenda Setting. In questo senso è quindi possibile identificare l’11 settembre come momento che ha segnato la precipitazione degli eventi e al tempo stesso aperto quella «finestra di opportunità» (policy window) che è stata poi sfruttata per portare a compimento una idea che già costituiva la base di un preciso progetto e percorso politico. Partendo da questi assunti, dobbiamo quindi riconoscere la fondamentale importanza che assume, all’interno dello scenario delle relazioni internazionali, la visione che sostanzia l’agire di un uomo politico e dello staff di persone che lo circondano: dato che la politica è fatta dagli uomini e tali sono i protagonisti e decretatori degli esiti dei processi di contrattazione, di presa delle decisioni e di patteggiamento, assume una rilevanza assolutamente non secondaria o trascurabile, la conoscenza prioritaria in merito alla visione del contesto internazionale che questi possiedono, della percezione del pericolo da loro assunta, dei presupposti in merito alla capacità di poter controllare gli eventi, del possesso di un atteggiamento di sfiducia o meno nei confronti degli altri leader politici, infine, delle proprie credenze personale (questi elementi non possiedono valenza solo ed unicamente come fattori da prendere in considerazione per operare il calcolo delle probabilità e pronosticare gli eventi futuri: questi fattori sono peculiari anche per cogliere la sensibilità dei leader riguardo al rispetto o alla violazione delle norme «consuetudinarie» del contesto internazionale, ovvero quelle credenze diffuse che rispondono alla percezione del volere dell’opinione pubblica, alle idee sociali prevalenti e agli assunti conformi a ciò che viene considerato un “comportamento legittimo„). In merito a questo non sussiste alcun dubbio che l’amministrazione di George W. Bush possieda una visione conflittuale della politica internazionale e che questa venga compresa come un mondo hobbesiano dominato dall’imperativo della sopravvivenza, in cui gli interessi primari da tutelare sono quelli del primato economico-militare e della costante e gelosa tutela della propria sovranità. Il contesto internazionale viene inoltre esaminato come popolato di soggetti politici che devono essere sempre e comunque assimilati a nemici o potenziali avversari guidati dall’unico intento di diffondere la propria ideologia ed estendere il primo potere a spese degli altri. Per questo motivo viene ritenuto essere addirittura una sorta di «imperativo morale» -quando si rende necessario- quello di scendere in guerra e scontrarsi direttamente con l’avversario e tale, senza avere neanche troppa considerazione dei rischi e delle ricadute che un tale comportamento aggressivo potrebbe comportare in futuro. Solo facendo uso di questa ottica fortemente realista possiamo quindi operare una corretta lettura della «Dottrina Preventiva» che definisce l’agire statunitense all’interno del nuovo ordine mondiale: secondo questa visione infatti l’uso di politiche o pratiche convenzionali come deterrente contro la «rete ombra dei terroristi» e «dittatori dotati di armi di distruzione di massa» è del tutto inefficace e, l’unico modo per fronteggiare la minaccia, è quello di sferrare un attacco preventivo contro gli obiettivi che costituiscono un supposto pericolo, in altre parole, passare direttamente all’uso della forza. Quello che dobbiamo sottoporre ad esame a questo punto è la valenza e le conseguenze (o cortocircuiti) a cui questi presupposti danno vita e, soprattutto, domandarci se, stando ai presupposti di realismo politico adottati dall’amministrazione Bush, la superiorità statunitense doveva essere tale da riuscirsi ad imporre con facilità su tutta la regione medio-orientale e così realizzare una veloce pacificazione del conflitto, perché allora la guerra in Iraq si è trasformata in una guerra civile violenta in constante aumento e le istituzioni politiche frettolosamente messe in piedi non si mostrano forti abbastanza da reggersi in modo autonomo? Inoltre, perché se il puro egoismo e il calcolo degli interessi sono tutto quello che serve ad uno stato per gestire la propria politica estera, si è sentita l’esigenza di legittimare la guerra di fronte all’opinione pubblica mondiale come un intervento volta alla liberazione del popolo iracheno dalla dittatura di Saddam Hussein e lo si è presentato al mondo (ovvero di fronte alle Nazioni Unite) sotto le spoglie di un progetto «benefico» volto alla esportazione della democrazia? Sarà stato forse per conferire al progetto una parvenza di «necessità» o mostrarlo come «alternativa ultima»? Forse allora dovremmo dedurre che il realismo politico non basta o, quanto meno, costituisce certamente un approccio fondamentale e spesso insostituibile per la sua scarna ed obiettiva lucidità nell’analisi dei rapporti internazionali, ma questo da solo non è sufficiente e, al contrario, se non viene sempre accompagnato da dottrine che cercano di comprendere i rapporti tra stati anche alla luce di altri orientamenti come, ad esempio, il fattore culturale -che sempre fortemente declina il sussistere delle diverse popolazioni-, il peso dell’opinione pubblica e le credenze condivise da più attori, il realismo politico, tanto più se viene applicato concretamente, rischia di creare più danni che soluzioni. L’urgenza di assumere questa presa di coscienza e confrontarsi in modo ineludibile con questa carenza, accompagna il momento presente non solo come problema che coinvolge gli Stati Uniti, ma la comunità internazionale tutta, e non semplicemente per assecondare lo scopo di tutelare l’esistenza degli individui negli anni a venire (dato che è effettivamente questo quello a cui tutti i governi dovrebbero mirare), ma anche, e in primo luogo, per limitare gli errori e le mancanze che fino a questo momento sono stati commesse nei confronti della popolazione irachena nella fase prima e dopo-Saddam. I dilemmi che accompagnano i conflitti etnici e le questioni di nazionalismo, così come si svolgono oggi giorno tra gli Sciiti, i Sunniti e la minoranza curda, non possono più essere affrontati con gli occhi del realismo politico perché il corto circuito che in questo modo si contribuisce a suscitare (e che in parte si è gia azionato), è effettivamente molto alto e rischia di rendere la situazioni devastante, non solo all’interno dell’Iraq, ma in tutto lo scenario internazionale. Quello che si auspica non è certo il ritiro degli Stati Uniti dall’Iraq, poiché tale causerebbe al contrario il completo precipitare della situazione nel caos devastante della guerra etnica, in cui alla fine (forse) si potrebbe arrivare ad una tregua o ad una sorta di compromesso fondato sul power-sharing, ma solo dopo decenni di guerriglie sanguinose, di morti atroci ed eccidi reciproci sicuramente non necessarie. E’ indispensabile quindi operare anche una rivalutazione del “progetto di esportazione della democrazia„: il realizzarsi di un rapido processo di democratizzazione all’interno di un contesto non solito a fare i conti con i pregi e i dilemmi che sono giunti a strutturare attraverso i secoli (ricordiamolo!) gli ordinamenti politici occidentali, e il trasporto di categorie straniere all’interno di uno scenario che potrebbe essere effettivamente non culturalmente pronto ad affrontare il peso di una società fondata sulla «opinione pubblica di massa», potrebbero causare l’esacerbarsi della situazione o il suo polarizzarsi tra gruppi settari ed antagonisti (per non parlare della eventualità della salita al potere di una nuova dittatura). Con analoga attenzione e non superficialità deve essere considerata l’alternativa del processo di «iraqizzazione» proposto da diverse parti: la buona riuscita di una tale impresa necessita di un preciso e minuzioso accordo tra le parti interessate, un accordo costituzionale che prenda bene in considerazione gli equilibri di potere all’interno delle diverse fazioni ed in cui i rispettivi soggetti si riconoscano effettivamente come parti in causa che coscientemente contribuiscono alla stipulazione di un accordo che essi stessi riconoscono di aver voluto. Operare un affrettato passaggio di potere all’interno di un sistema ancora fortemente sproporzionato e problematico e, per giunta, dotarlo di quei poteri di sovranità che implicano anche il controllo delle forze armate, semplicemente per correre via di fronte all’ingestibilità di una situazione che si è contribuito a creare, porterebbe alla produzione di assetti di potere non legittimi e privi di equilibrio, in cui l’autorità si ritroverebbe nelle mani di un usurpatore o di uno tra i vari gruppi sicuramente pronti a sfruttare la situazione. La questione che si pone in questo momento di fronte al «dilemma Iraq», non è allora quella di conquistare il cuore o le menti del popolo iracheno per continuare lo stato di occupazione, ma risolvere un problema di sicurezza comune che ha reso evidente come l’ipotesi di un presunta autonomia ed indipendenza degli Stati Uniti (ritenutisi talmente potenti da riuscire addirittura a tratteggiare la realtà dello scacchiere internazionale secondo il proprio volere), costituisca in realtà solo una farsa. Uno stato da solo –e qualunque esso fosse- non possiede neanche l’autorità e la legittimità sufficienti per delineare l’assetto delle istituzioni politiche di un altro paese o per tentare di imporre per mezzo della forza quella che da questi viene ritenuta essa la «migliore» condizione di libertà per gli altri. La comunità internazionale deve tornare ad agire di concerto. Dove è l’Europa? |
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Fin dalla fase che ha assistito lo svolgersi delle conferenze internazionali per mettere fine alla Seconda Guerra Mondiale, è risultato da subito evidente a tutti i leaders politici partecipanti il modo in cui si sarebbero strutturati i nuovi equilibri di potere, come pure le sfide e i dilemmi che avrebbero caratterizzato i decenni successivi. Per questo motivo, nonostante le molteplici crisi e le difficoltà che hanno definito il cinquantennio della Guerra Fredda, vivere all’interno di un sistema di rapporti incentrato sul bipolarismo, implicava quanto meno la certezza in merito agli interlocutori il cui agire doveva essere preso in considerazione per monitorare la dialettica del confronto.