I nuovi paesi membri offrono alcune lezioni di storia all’Unione Europea
sabato 26 maggio 2007
La settimana scorsa la prestigiosa testata britannica, The Economist, ha pubblicato un articolo che discute sul senso della storia all’interno dell’Unione Europea, richiamando l’attenzione al pericolo che potrebbe essere causato dalla non curanza da parte di Bruxelles delle lamentele di origine storica, non sempre giuste o giustificate, dei nuovi paesi membri.
Tante problematiche nuove e ardenti preoccupano l’UE allargata a 27 membri, con dieci paesi provenienti dall’ex-blocco comunista. Alcune delle questioni più spinose rendono particolarmente tese le relazioni tra Russia ed i nuovi membri dell’UE, come la questione del divieto d’importazione di carni polacche da parte russa o la chiusura di un gasdotto lituano. Rimane poi teso il rapporto con l’Estonia per via delle polemiche in merito al trattamento discriminatorio dei cittadini russi e alla rimozione della statua del milite dell’Armata Rossa a Tallinn.


Un altro tema che lascia alquanto perplessi gli occidentali, è rappresentato dalle discussioni in Polonia su quale sia il limite per le indagini sui cittadini e sui loro legami di collaborazione con i servizi segreti comunisti. La scandalosa proposta di legge sulla lustracja, che avrebbe obbligato 700 mila polacchi nati prima del 1972 a compilare un modulo di auto-denuncia in cui venisse dichiarata la loro eventuale collaborazione, sembra una vera e propria caccia alle streghe. Ma i rapporti tra la Polonia e il cancelliere tedesco, Angela Merkel, sono altrettanto difficili dopo la pubblicazione della Merkel, nelle vesti di Hitler, con i baffi e con la divisa, su una copertina di un giornale polacco, che ha suscitato nuove diffidenze. In Romania si è appena concluso un referendum sulla sorte del presidente Traian Basescu che, grazie al voto favorevole degli elettori (anche in Italia hanno votato 9.943 romeni), può rimanere ancora nel suo incarico. A tutte queste nuove problematiche e, in alcuni casi anche scontri, si aggiunge un vecchio nodo della politica dell’UE: il disaccordo tra la Turchia e la Grecia sulla questione di Cipro.
Alcuni di questi litigi sono completamente incomprensibili ai cittadini occidentali dell’UE, per i quali, fino ad ora, gli unici grandi temi storici erano la Seconda guerra mondiale e la questione della riconciliazione franco-tedesca. Uno degli obiettivi dell’UE, dalla sua fondazione, era rendere impossibile uno scontro armato tra i paesi del continente. Gli allargamenti del 2004 e del 2007 hanno introdotto molte problematiche quasi sconosciute, obbligando Bruxelles a studiare cosa, per esempio, sia il Trattato del Trianon (odiato in Ungheria) o il plebiscito della Carinzia (che infastidisce gli sloveni). Ma di fronte a questi temi, i vecchi membri dell’UE dimostrano spesso una superiorità morale. Ciò vuol dire che non è “europeo” parlare dei vecchi rancori storici. Per dire la verità, anche tra i membri fondatori esistono delle idee diverse sul come riconciliarsi con il proprio passato. Da una parte, troviamo il modello tedesco che proclama un pentimento perpetuo, dall’altra, invece, ci sono i paesi (come la Francia, per esempio) che ci mettono un po’ di più per uscire dal silenzio del secondo dopoguerra. Altri ancora si spostano da un sistema dittatoriale alla democrazia con l’aiuto di un amnesia totale (è il caso della Spagna).
Ma il vero problema è che per i nuovi paesi membri la fine della Seconda guerra mondiale non significa assolutamente la conclusione dei dibattiti, anzi, ne rappresenta proprio il punto di partenza. Per i dieci paesi ex-comunisti, Strasburgo non è un simbolo e il 1945 non è un anno magico. Se l’UE continua con l’allargamento, come d’altronde sarebbe anche logico, e fra un paio di anni anche altri paesi Balcanici, forse anche la Turchia, ne faranno parte, paesi dove la gente ancora oggi può morire per cause storiche, dovrebbe imparare ad ascoltare meglio le lamentele ed a capire i diversi modi di intendere la storia.

 

Anna Irimias 

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