Quando Indro Montanelli sbattè la porta
sabato 02 giugno 2007
La storia non racconta, ma i corridoi sì, che quando Indro Montanelli entrò nell’ufficio di via Solferino, il direttore del “Corriere della Sera”, Piero Ottone lo guardò con sguardo affranto, poi abbassò la testa, quindi nel rialzarla la accompagnò con una secca frase: “La proprietà mi ha chiesto di licenziarti. Sai quanto mi rammarica questo per l’amicizia che ci lega da decenni”.
Montanelli che non amava tanto i giri di parole quasi interrompendolo replicò: “E tu cosa hai deciso?” Rispose Ottone: “Di licenziarti”. Concluse non diplomaticamente Montanelli: “..E allora vaffanculo!”. Girò le spalle, uscì e chiuse la porta di quell’ufficio e la sua carriera al “Corrierone”.

Ottone era stato nominato direttore il 15 marzo 1972, succeduto – dopo aspra battaglia tra redazione e proprietà – a Giovanni Spadolini. Il neodirettore predicava un giornale marcatamente “liberal”, cercando di rubare anche lettori progressisti ormai scontenti della linea politica de “Il Giorno”, altro quotidiano milanese. Montanelli inizia a fiutare l’inversione di tendenza. C’è chi accusa Ottone di avere instaurato un soviet in redazione; inoltre la faccenda si complica quando, due dei tre proprietari del Corsera decidono, impauriti dal grosso deficit contratto negli ultimi anni dal giornale, di vendere le loro quote. Malgrado la crisi, che investe tutte le testate (nel 1975 solo 17 in Italia sono in attivo) e il provvedimento lesgislativo varato dal governo, il Corriere è sempre il primo quotidiano in Italia con 500.500 copie, seguito da “La Stampa” (361.100) e distanziati di oltre centomila copie “L’Unità” e “Il Messaggero”.
Spunta al capezzale degli editori di via Solferino Eugenio Cefis, presidente della Montedison legato alla corrente politica Dc di Fanfani, proponendosi come acquirente delle quote dell’ultima erede della famiglia Crespi. L’operazione non riesce per l’intervento del petroliere Angelo Moratti e di Agneli in aiuto della Crespi. In questo modo, l’operazione di acquisto da parte di Cefis fallisce ed è ormai chiara a Montanelli l’apertura a sinistra che – Ottone e gli azionisti - vogliono imprimere al primo quotidiano italiano; svolta che già dall’insediamento del nuovo direttore Indro aveva fiutato. Certo, per chi come lui negli anni Sessanta dalle pagine dell’ “Europeo” aveva scritto, “In Italia la libertà c’è: quella che non c’è è l’abitudine ad usarla” ,criticando i giornalisti di interrogare la censura quando scrivono un articolo, ormai la bottiglia era piena. In più una serie di articoli critici nei confronti della proprietà, proprio sulle pagine del “Corsera”, ne avevano decretato il licenziamento per un Ottone che guardava più alla poltrona che all’amicizia con il buon Indro.
Ma spesso i destini si incrociano come gli scambi delle rotaie dei treni. Cefis cacciato dall’operazione di ingresso da editore in via Solferino, trova attraverso la concessionaria di pubblicità “Spi” i soldi a Montanelli per fondare “Il Giornale nuovo” a Milano.
Indro porta con sé circa 30 giornalisti, tra i quali Enzo Bettiza; Mario Cervi; Gianfranco Piazzesi. Franco Di Bella che si siederà dopo Ottone sulla poltrona di direttore al “Corriere della Sera”commenterà che, Montanelli era riuscito a portarsi con sé l’argenteria di famiglia. Nel gruppo fondatore anche Fernando Mezzetti che si farà conoscere negli anni per le sue puntuali corrispondenze prima da Pechino e poi da Mosca.
Il primo numero de “Il Giornale” esce a Milano il 25 giugno 1974. Montanelli è pronto più forte di prima ad iniziare una nuova avventura. Si trasferisce in una piccola casa quasi da studente a Milano, e quanche lingua suggerisce che, fondare il nuovo quotidiano servì ad Indro per staccarsi dalla moglie, la famosa Donna Letizia che dagli anni Cinquanta sulle pagine di “Grazia”, all’interno del suo galateo, insegnava il bon ton e la vita sociale a molte donne italiane ed anche uomini.
Montanelli riesce a strappare lettori al “Corriere”, in un periodo storico dove la sua testata vive in un limbo fuori dal quale non trova una ideologia politica, ideologia che non esisterà in Italia almeno fino al 1994 con la discesa in campo di Silvio Berlusconi.
Il solitario di Fucecchio è tornato vivo, ha voglia di lavorare e non smette mai di pigiare le sue dita sulla mitica “Lettera 22”, le uniche pause che si concede sono la rituale colazione del mattino insieme ai suoi redattori e la pausa pranzo rigorosamente alle 13 nel famoso ristorante “La Bice”.
Per il resto è corpo ed anima con la sua “creatura”. A tal punto che scoprendo nel passato di un suo fattorino l’esperienza lavorativa di barbiere, si fa fare barba e capelli nel suo ufficio di direttore, consigliando ai suoi colleghi di provare anche loro quelle forbici di talento e, qualche collega più anziano, che aveva il permesso di entrare nella sua stanza senza appuntamento o facendosi annunciare – lo vedeva qualche volta con l’asciugamano al collo e il fattorino barbiere operare nella diradata capigliatura.

 

M.L. 

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