Dopo la guerra fredda: relazioni e politiche europee nello scenario internazionale
mercoledì 13 giugno 2007
All’indomani dell’implosione dell’emisfero orientale, il “Financial Times” di Londra ha così titolato un importante articolo dell’esperto economico del “B.B.C. World Service”, James Morgan: “La caduta del blocco sovietico ha lasciato il Fondo Monetario Internazionale ed i G7 a governare il mondo e a creare una nuova era imperiale”. Secondo questo schema, “la costruzione di un nuovo sistema mondiale è coordinata dal gruppo dei 7 (paesi più industrializzati), dal Fondo Monetario Internazionale, dalla Banca Mondiale e dal “Gatt” (General Agreement on Tariffs and Trade) in un sistema di dominio indiretto che ha comportato l’integrazione dei leader dei paesi in via di sviluppo nella rete di una nuova classe dirigente”, che, non a caso, risulta essere quella vecchia. Morgan denuncia: “l’ipocrisia delle nazioni ricche che reclamano l’apertura dei mercati nel Terzo Mondo mentre chiudono i propri”.

A questo proposito avrebbe potuto ricordare anche la relazione della Banca Mondiale in cui si afferma che le misure protezionistiche dei paesi industriali diminuiscono il reddito nazionale del Sud di circa il doppio del valore degli aiuti inviatigli dal Nord (generalmente tendenti a promuovere le esportazioni), gran parte dei quali vanno inoltre ai settori più ricchi dei paesi in via di sviluppo (meno bisognosi, ma migliori consumatori). O ancora la valutazione dell’Unctad (Commissione Onu per il Commercio e lo Sviluppo) secondo la quale ben 20 su 24 paesi industrializzati sono più protezionisti oggi di quanto non lo fossero un decennio fa, compresi gli USA che celebrarono la rivoluzione reaganiana raddoppiando in proporzione il numero dei prodotti importati sottoposti a misure restrittive. E mentre il divario tra ricchi e poveri dal 1960 ad oggi è cresciuto fino a raddoppiare, “il risultato finale di decenni di prestiti per lo sviluppo è che i paesi poveri hanno recentemente trasferito più di 21 miliardi di dollari all’anno nei forzieri dei paesi ricchi”, osserva l’Economist riassumendo questo triste scenario. “I ministri delle finanze dei paesi del Terzo Mondo che hanno dolorosamente trascinato i loro bilanci fuori dalle secche dei deficit permanenti sono particolarmente indispettiti per la non volontà delle nazioni industrializzate di rispettare le regole del gioco”, scrive il Financial Times nel 1992. Riecheggiando la disperazione del Sud, l’allora Presidente della Banca Mondiale, Lewis Preston, ha biasimato la condotta delle società più sviluppate che chiedono al Terzo Mondo di “sobbarcarsi il peso dell’aggiustamento strutturale dei paesi ricchi oltre che dei propri e che non hanno mantenuto le loro promesse di ridurre le barriere e di fornire aiuti”. Dopo un incontro con funzionari ad alto livello dei paesi donatori, continua il Financial Times, “i dirigenti della Banca Mondiale hanno detto apertamente che ancora una volta non manterranno le promesse fatte. Anche donatori una volta generosi come la Svezia stanno tagliando i fondi, mentre ci si aspetta che paesi meno generosi come la Gran Bretagna e gli Stati Uniti diminuiscano ancora di più i loro già ridotti aiuti”. In un incontro tra varie Organizzazioni non governative (Ong) si è arrivati alla conclusione che “gli aggiustamenti strutturali imposti dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale hanno portato alla disperazione i lavoratori poveri di almeno cento paesi, costretti ad aprire i loro mercati ad un flusso di importazioni a basso prezzo, mentre gli stati industrializzati rifiutano di abolire i loro sussidi, le loro quote e le alte tariffe. Il risultato di tutto ciò nei paesi del Sud è il brutale abbassamento dei salari medi e dei livelli di vita minimi e l’eliminazione dei progetti sociali”. Le istituzioni della nuova classe dirigente mondiale che adesso governano gran parte del mondo in via di sviluppo e dell’Europa Orientale, incoraggiano i paesi loro clienti ad attuare “le giuste riforme”. In pratica essi devono scrupolosamente evitare le politiche economiche che hanno sempre portato allo sviluppo, dall’Inghilterra del ‘600 sino ai piccoli draghi dell’attuale Asia Orientale, ed attenersi invece a quel tipo di riforme che sono andate ad esclusivo vantaggio di chi domina il mondo e, se mai, di pochi altri. E quando gli strumenti economici non sono sufficienti ad “incoraggiare” i paesi satelliti a comportarsi bene, si può sempre far ricorso ai gendarmi. Gli esempi si sprecano. Come sempre, quindi, la forza precede il diritto, a buon diritto. E dopo, solo dopo, giunge la politica con le sue buone intenzioni. Lo dice la storia e l’osservazione quotidiana.

 

Vincenzo Foti 

Commenti
Nuovo Cerca
Commenta
Nome:
Email:
 
Website:
Titolo:
 
Please input the anti-spam code that you can read in the image.

3.25 Copyright (C) 2007 Alain Georgette / Copyright (C) 2006 Frantisek Hliva. All rights reserved."

 
< Prec.   Pros. >