Immigrati a prova di "italianità"
domenica 24 giugno 2007
In molti paesi europei, ormai da oltre un decennio, la classe politica è chiamata a rispondere alle sfide dell’integrazione degli immigrati nelle rispettive società nazionali. Di fronte a un flusso di immigrazione già elevato e destinato a crescere ulteriormente, è inevitabile porsi la questione di quali diritti vadano concessi a coloro che vengono e verranno ammessi nel nostro paese. Primo fra tutti il diritto alla cittadinanza, tassello fondamentale di una politica coerente nei confronti dell’immigrazione. Non è possibile, infatti, da una parte ammettere quote crescenti di persone provenienti da altri paesi e dall’altra negare loro il diritto di appartenenza alla società in cui si trovano a vivere.

Attualmente in Italia la politica dovrebbe impegnarsi non tanto a riconoscere i diritti agli immigrati quanto ad approntare un sistema socio-normativo di idee, valori, leggi, che rifletta il binomio indissolubile fra diritti e doveri che solo può preservare dalla “discriminazione” sia gli immigrati sia gli italiani.
Il vero problema è, in realtà, capire bene quali leggi o valori debbano regolare diritti e doveri. Non si tratta, infatti, di accogliere persone sempre disposte ad integrarsi nella società di arrivo, ma di un confronto, a volte di uno scontro, con culture in grado di mettere in discussione anche aspetti molto radicati della nostra società. Occorre, pertanto, affrontare il difficile compito di rispondere ad un ampliamento della pluralità delle differenze (etniche, culturali, religiose e linguistiche), fermo restando che tutto ciò può realizzarsi solo a patto che gli immigrati condividano i valori fondanti della nostra società.
Legittima, tuttavia, l’obiezione secondo cui agli immigrati debbano essere richieste solo condizioni di fatto, cioè tecniche e non culturali: l'aver soggiornato regolarmente nel nostro Paese per un certo numero di anni (per il decreto Amato cinque anni sono sufficienti) e il pagarvi le tasse sono requisiti primari.
L’immigrato, pur diventato cittadino di un Paese diverso da quello di origine, ha il diritto di scegliere, giustamente, se integrarsi o meno nella cultura del luogo in cui vive. Se sente il bisogno di rimanere legato alla propria storia, alle proprie tradizioni, alla propria cultura, agli schemi mentali della sua comunità d'origine ha il diritto di farlo, sempre che, ovviamente, rispetti come tutti gli altri cittadini le leggi del Paese in cui vive. Questo vincolo, dunque, può risolvere il problema della tutela giuridica e della partecipazione politica, ma non è sufficiente a superare le barriere legate alla questione culturale.
Il disegno di legge sulla nuova cittadinanza, attualmente all’esame del parlamento, contiene una serie di paletti "per verificare la serietà delle intenzioni di chi presenta le istanze" e per escludere "afflussi indiscriminati o matrimoni di comodo". Il punto 5 della Carta dei Valori della Cittadinanza e dell’integrazione recita che “l´immigrato per ottenere la cittadinanza nei tempi previsti dalla legge deve conoscere la lingua italiana e gli elementi essenziali della storia e della cultura nazionali, e condividere i principi che regolano la nostra società. Vivere sulla stessa terra vuol dire poter essere pienamente cittadini insieme e far propri con lealtà e coerenza valori e responsabilità comuni”.
Ma all'interno di quale ordinamento giuridico e di quale insieme di norme da far rispettare si collocano le "regole comuni e universali" che vanno oltre la Costituzione? E in quale misura potranno essere rispettate da tutti?
La possibilità di scivolare nell’equivoco è alta. La stessa dialettica di “cittadino” e “straniero” appare alterata da una pressione che indebolisce il senso di appartenenza e di identità collettiva e mette in crisi le strutture tradizionali dello Stato di diritto. A queste strutture viene rivolta la richiesta di un riconoscimento «multietnico » non solo dei diritti individuali, ma delle stesse identità etniche delle minoranze ospitate. La questione della cittadinanza in una società multiculturale necessita, quindi, di un patto capace di ridurre i conflitti identitari e risolverli in modo pacifico. Ma siamo ancora molto lontani.

 

Letizia Zuccaro 

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