L'Africa che a "quartan'anni" non cammina ancora da sola
domenica 01 luglio 2007
img_0754Dodici anni di viaggi ed esperienze in Africa, tantissimi i ricordi custoditi nella mente e, in certi attimi di emozione che traspare, nel cuore di Anna Bono. Una conoscenza del Continente come di chi può raccontare davvero la realtà di questi popoli, facendo a meno del filtro dei mass media che spesso si soffermano solo alla punta dell’iceberg dei veri problemi, senza analizzare a fondo un contesto il quale, sviscerato nella sua drammaticità, appare più nero ed indefinibile di quanto è possibile immaginare.
Anna Bono insegna Sociologia dei processi culturali all’Università di Torino, ma parlare di Africa per lei va al di là della semplice lezione è forse una delle sue ragioni di vita, come si percepisce dal suo incontro (“Europa – Africa. Quarant’anni di cooperazione allo sviluppo: che cosa non ha funzionato”) con gli universitari e i dottorandi che stanno frequentando la “Scuola d’Europa” Seminari 2007 di Eurolab.

“Il rapporto dello stato del mondo a cura delle Nazioni Unite – esordisce – disegna un quadro davvero drammatico. Se il dato sulla speranza di vita alla nascita ormai da anni registra a livello planetario un trend positivo, in Africa sta regredendo sempre più velocemente. Nei paesi dell’Africa del Sud si registrano primati negativi di 31 anni come aspettativa massima, mentre il dato complessivo dal 1990 ad oggi si attesta sui 46 anni”.
La situazione è dunque critica e non si vedono spiragli di possibili miglioramenti. “L’Africa, spiega la prof.ssa Bono, non si è riuscita a liberare di tre piaghe fondamentali che dissanguano il suo presente e occultano il suo futuro: le guerre; la fame; e la carestia”.
Negli ultimi 20 anni, 12 nazioni sono entrate in conflitto e in 22 paesi ci sono state guerre civili. Un dato raccapricciante è quello della Repubblica Democratica del Congo dove, dal 1998 al 2003, 3.500.000 persone sono morte per la guerra civile scatenatasi. In Ruanda in soli 100 giorni di guerra tra Hutu e Tutsi, secondo dati delle Nazioni Unite, ci furono 574.000 morti, mentre da fonti governative il dato crebbe fino a 937.000.
“L’aspetto più cruento – prosegue Anna Bono – è che dal 90 al 99 per cento le vittime sono civili. In Africa la guerra si fa per l’annientamento totale dell’avversario e combattere, prendendo di mira i civili, significa distruggere l’avversario, il quale è costretto ad abbandonare il suo territorio di appartenenza e migrare. D’altra parte fare la guerra è un elemento fondamentale per alimentare la già precaria economia di sussistenza, l’unica forma conosciuta da queste parti: “Rubare alle altre comunità tutto, compreso quanto riescono a produrre” (la guerra di rapina). Si prenda l’esempio del Kenia che ufficialmente appare uno stato in pace, ebbene rimangono aperti ancora 3 focolai di conflitto armato: a Nairobi per il controllo del traffico cittadino e il mercato della droga; a Nord dove i pastori combattono per l’accaparramento di nuovi pascoli e punti d’acqua e a Nord Ovest tra gli agricoltori per contendersi gli appezzamenti di terreno agricolo.
Il secondo punto che analizza la Bono è quello delle carestie: “L’Africa negli anni ha sottratto il primato della fame all’Asia, le grandi miserie sono figlie della guerra e degli avversi fenomeni atmosferici. La situazione si aggrava perché ci vivono milioni di persone che normalmente non riescono a nutrirsi a sufficienza e senza aiuti umanitari morirebbero di fame in breve tempo. In Niger la metà della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà e in tutta l’Africa sono 200.000.000 le persone malnutrite e i bambini che a causa di questo crescono con gravi lesioni cerebrali permanenti”.
Incubo malattie, si prevede che entro il 2025 tra i 4 e i 70 milioni di africani potrebbero essere contagiati dall’aids. Questo resta anche un virus difficilmente diagnosticabile, poiché si muore per tantissime altre patologie, molte addirittura banali e guaribili con un semplice antibiotico. Si perde la vita per la malaria (muoiono 3000 bambini al giorno), ma non si sopravvive per dissenteria, morbillo, peste, infibulazione femminile, circoncisione maschile e, persino, rimane altissimo il tasso di mortalità materna (in 37 paesi su 54 almeno 500 donne non superano il parto e in 17 nazioni questa cifra raddoppia).
La spesa sanitaria in Africa è bassissima e si aggira sui 10 massimo 15 dollari a persona l’anno. Mancano i medici, in Ruanda sono 450 in tutta la nazione e concentrati nelle città, quindi un dottore ogni 200.000 abitanti e, infine, più del 50 per cento dei profughi del mondo sono africani.
L’altro fondamentale interrogativo però che Anna Bono si pone nel corso della sua conferenza è di capire il rovescio della medaglia e cioè cosa non ha funzionato in questi decenni. “Certamente, considera, il continente africano non ha affrontato le sfide per crescere, non ha superato la semplice economia di sussistenza, così da trasformare strutturalmente l’economia. Il settore pubblico è a dir poco carente, e la produttività rimane su livelli bassissimi, mancano le tecnologie per produrre e le quantità sono limitate e insufficienti a soddisfare le necessità di tutta la popolazione o per creare commercio”.
Un altro aspetto mancante è l’assimilazione del concetto di individuo che nella cultura occidentale è frutto nascente con la cristianità. In Africa questa evoluzione antropologica non è avvenuta, qui l’uomo conta solo perché fa parte di una comunità e può unicamente appartenere al gruppo dove nasce. Ha sbagliato anche l’Occidente, proponendo una politica solo di assistenza, senza costruire davvero la cultura, formare una classe dirigente capace di guidare verso lo sviluppo autonomo le proprie nazioni. In più gli aiuti che si danno sono spesso macchiati dalla non conoscenza della realtà locale.
Si impegnano cantanti, grandi imprenditori e alla fine ci ritroviamo – caso eclatante in mezzo a tanti altri – con la campagna umanitaria di Sharon Stone, nella quale milioni di zanzariere vengono spedite in Africa come rimedio alla malaria; laddove non esistono le case e quindi le finestre per montarle o in tribù all’interno delle quali il più semplice oggetto della modernità è visto sotto l’onta di sortilegi e presagi malefici.
Risultato, in alcune zone sono state usate come reti da pesca ed essendo realizzate in materiale sintetico creano il pericoloso scenario di un disastro ambientale, visto che lì non esistono nemmeno le condizioni per potere dismettere questi materiali.

 

L.M. 

 
< Prec.   Pros. >