La vecchia ricetta della "supply side"
domenica 08 luglio 2007
Il ricchissimo ministro del Tesoro americano Andrew Mellon, magnate dell’alluminio e fondantore della “Mellon National Bank”, durante la presidenza di Warren Gamaliel Harding – ventinovesimo presidente degli Stati Uniti – si era sobbarcato una politica di riduzione d’imposte che, dopo una contenuta recessione sul finire del 1921, figlia degli ultimi anni del mandato di Woodrow Wilson, costellati dalla “Grande Guerra” , risultava la medicina migliore per il grande benessere che caratterizzò gli anni Venti americani, prima del crollo nella buia crisi del 1929.

Lo stesso John Fitzgerald Kennedy aveva avviato un progetto analogo, interrotto poi con l’assassinio di Dallas del 22 novembre 1963, ma completato dal successore Lyndon Johnson che segnò quel decennio di prosperità e sviluppo economico, gonfiato anche dal nuovo potere mediatico della televisione, ribattezzato cultura consumistica, alla quale migliaia di giovani da tutte le parti degli Stati Uniti, a cominciare dai campus universitari, risposero con la cosiddetta controcultura.
Ronald Reagan, amava portare avanti questi due esempi di politica economica per giustificare lo slogan “meno tasse” che aveva caratterizzato la campagna elettorale del 1980, vinta con il 50 per cento del voto popolare sull’uscente democratico Jimmy Carter.
La proposta Reagan racchiudeva la più grande riduzione fiscale mai avuta negli Usa (la “Reaganomics”) insieme a cospicui tagli alla spesa sociale, che causarono forti proteste specie tra le minoranze di colore.
L’attentato davanti all’hotel Hilton di Washington, da parte di un megalomane che gli sparò addosso, lascio l’America in preda ad ore di angoscia per la salute del presidente ma, quasi come un imprevedibile effetto boomerang, alzò nuovamente gli indici di popolarità di Reagan scesi ai minimi dall’inizio della sua discesa in campo. Uscito fortunatamente vivo, però, constatò che la politica del “nuovo ottimismo” nell’immediato non pagava: la bilancia commerciale degli Stati Uniti passò da un attivo di 28 milardi nel 1980 ad un passivo nel 1984 di 111 miliardi.
La defiscalizzazione poggiava sulla teoria della “supply side”, coniata negli anni Settanta che, in contrasto con le teorie keynesiane le quali stabiliscono il sostegno e l’intervento dello stato qualora i beni e i servizi di una nazione non siano sufficienti a garantire il pieno impiego e la piena realizzazione della politica economica, sosteneva invece l’intervento dal lato dell’ offerta – appunto “supply side” – incentivando gli investimenti delle imprese: quindi meno tasse, più capacità di investire.
Il presidente avviò a supporto una massiccia campagna di rafforzamento militare, capace di dare nuova linfa alle industrie belliche, che si tramutarono in uno dei volani del rilancio economico che da lì a breve ci sarebbe stato. Infatti, gli americani che sanno guardare lontano, e Reagan e lo staff del presidente i quali riuscirono ad uscire immuni tra mille pericoli di nuova crisi annunciata e i democratici che bollavano già il fallimento delle nuova presidenza, videro la disoccupazione diminuire nel 1983 dalla percentuale massima storica del 10,8 per cento, in un solo anno all’ 8 per cento; l’inflazione al 5 per cento (dal 18 lasciata da Carter) e il pil con una crescita del 3,6 per cento. Le aziende tornavano a imporsi leaders su scala mondiale e con maggiore fiducia tutti i settori riprendevano a produrre con una richiesta di posti di lavoro sempre crescente. Si poggiavano su queste basi i “Reagan Years”, anni di benessere che proseguiranno fino alla fine del secolo.
Il mediocre attore americano, era apparso ad Hollywood in pellicole di poca importanza nei panni quasi sempre di cow boy, con l’aiuto del direttore dei Bilancio David Stockman, imponeva una visione economica dello stato che ancora oggi è il cavallo di battaglia vincente di molto governi. In Italia ha spinto la vittoria elettorale di Silvio Berlusconi nel 2001 e, di pochi mesi fa, l’affermazione di Nicolas Sarkozy che ha promesso una Francia più protagonista e con meno tasse, rincuorando e parlando all’anima di molti francesi ormai demotivati e stanchi.
Questo sta a significare che l’abbassamento delle imposte è una politica perseguibile, che da però risultati solo alla distanza e che per anni – con i tagli al welfare – molte categorie sono costrette a soffrire. I benefici non sono immediati perché si crea una perdita con la diminuzione di entrate nelle casse dello Stato e, certo bisogna aspettare, dare corso al tempo, affinchè la ripresa economica ingrani e funzioni in modo tale da colmare quel vuoto di stasi nel bilancio di uno Stato.
In Europa, dunque, quanto gli Stati Uniti hanno adottato quasi trent’anni fa ancora non viene condiviso da tutti, in paesi come l’Italia non si ha nemmeno la pazienza di aspettare gli effetti. A molti infine non convince, ma quasi sempre fa vincere le elezioni.

 

L.M. 

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