Tra mercato e governo torna in auge la società civile
domenica 30 settembre 2007
Alla fine degli anni Sessanta Jean Monnet ammetteva che «se il processo di costruzione dell’Europa potesse ricominciare, sarebbe meglio farlo partire dalla cultura.» Dopo essere stata a lungo colonizzata dalle forze del mercato e dello Stato-nazione, la società civile sta premendo per ristabilire la propria centralità nell’organizzazione della vita pubblica. Nell’era dello Stato-nazione, la politica agiva su due leve: mercato e governo. Nell’UE, invece, la politica si regge su tre pilastri: economia, governo e società civile.

La società civile include le istituzioni religiose, l’arte, l’educazione e la sanità, lo sport, la ricreazione e l’intrattenimento, l’impegno sociale e ambientale, il volontariato e tutte le altre attività che concorrono a formare i legami della comunità e la coesione sociale. La società civile è il luogo dove ci si incontra per creare cultura, dove le persone si impegnano nel “gioco profondo” che crea il capitale sociale e si definiscono i codici di condotta e le norme comportamentali. Se la cultura è il regno dei valori intrinseci, la società civile è il consenso in cui la cultura si esprime, ed è il settore primario. Economisti e leader politici sono giunti a considerare il mercato l’istituzione primaria nelle interazioni umane. Tanto la teoria socialista quanto quella capitalista affermano che il comportamento umano è, nella sua essenza, materialista e utilitarista, e che i valori morali e le norme culturali della società derivano dal suo orientamento economico. Il punto è che la cultura non è, e non è mai stata, un estensione del mercato o del governo; anzi, sono questi ultimi a essere estensioni della cultura, istituzioni secondarie e non primarie.

Così, ad esempio, continuare a classificare i gruppi della società civile come “organizzazioni no-profit” o “organizzazioni non governative (ONG)” tende a farli apparire meno significativi, e subordinati ad altre organizzazioni, di tipo economico e/o statale. Una nuova generazione di attivisti preferisce pensare alle proprie istituzioni come a “organizzazioni della società civile” (OSC) e definisce la propria attività come un servizio, più che come volontariato. Il servizio alla collettività è cosa molto diversa dal lavoro in un mercato, perché l’obiettivo non è l’accumulazione di ricchezza, quanto piuttosto la coesione e il benessere sociali. Nel corso degli ultimi vent’anni le organizzazioni della società civile si sono moltiplicate ad un ritmo forsennato. Esse rappresentano una sorte di reazione alla nuova economia globalizzata, e lo Stato è diventato troppo piccolo per rispondere a questioni transnazionli, come il surriscaldamento globale, l’immigrazione illegale o la minaccia terroristica. Le OSC sono più flessibili delle pubbliche amministrazioni, e più saldamente radicate nel territorio delle imprese: il loro motto è «pensare globalmente per agire localmente». Esse riescono così a essere multinazionali e globali e allo stesso tempo municipali e locali, diventando l’agente sociale ideale per rispondere a una vasta gamma di questioni che l’umanità si trova, e si troverà, ad affrontare, in un mondo sempre più denso ed interconnesso. A quasi mezzo secolo di distanza sarebbe dunque il caso di ricordare le parole di Jean Monnet: «Sarebbe meglio ripartire dalla cultura».

 

Vincenzo Foti 

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