E per l'Italia è un amico...
lunedì 08 ottobre 2007
Ci siamo guadagnati la sua amicizia ricevendolo con tutte le regole che il protocollo cerimoniale prevede: di chi si parla? Del presidente golpista del Sudan, Omar Hassan al-Bashir che, nella sua visita in Italia è stato accolto con tutti gli onori diplomatici dal premier Romano Prodi e dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.

A distanza di poche settimane piomba sul paese africano l’ampio dossier realizzato dall’associazione per la tutela dei diritti umani Human Rights Watch che chiede alle Nazioni Unite nuove sanzioni se il governo continuerà a rimanere con le mani in mano dinnanzi ai continui attacchi contro civili nella regione occidentale del Darfur e ad ostacolare la missione di pace. Il Sudan è una Repubblica presidenziale, ma fino a oggi il potere continua ad essere retto da una giunta militare.
Gli attivisti, denunciano le gravi condizioni nelle quali versano le popolazioni locali, vittime di un sanguinoso conflitto per il controllo dei territori e delle risorse tra truppe governative, milizie appoggiate da Khartoum, gruppi ribelli e banditi.
Il rapporto chiede al contingente di pace, composto da truppe africane (Ua) e 26.000 caschi blu dell’Onu - che arriveranno in zona entro l’anno, dopo l’approvazione della Risoluzione 1769 - un maggiore controllo al fine di tutelare le migliaia di profughi, famiglie e non combattenti.
In meno di quattro anni dall’inizio del conflitto si contano oltre 300.000 morti, e 2 milioni e mezzo di profughi, ma per Khartoum la cifra si aggirerebbe sui 9.000. Per non parlare dei continui stupri alle donne e la situazione infantile. Il sito di peacereporter calcola che dall’inizio del 2007 siano morte 456 persone, con una media che oscilla tra i 17 e i 22 alla settimana.
La prof. Anna Bono dell’Università di Torino – da anni esperta di mondo africano – spiega in un esaustivo approfondimento su “Ragionpolitica”, come l’origine della guerra sia da ricercare nel profondo solco della divisione etnica: “La secolare conflittualità – afferma - tra tribù nomadi e sedentarie è degenerata in guerra genocida a causa del sostegno che il governo sudanese fornisce ai nomadi, di origine araba, nell'ambito di un processo di arabizzazione del Paese già all’origine della lunga guerra civile che per decenni, fino al gennaio del 2005, ha sconvolto il Sud Sudan provocando milioni di morti e di profughi”.
Il 16 settembre, intanto, 30 Paesi hanno dato vita alla quarta edizione della Giornata internazionale per il Darfur, uniti sotto lo slogan: “Non guardate altrove adesso”.
Amnesty international chiede che l’impegno del contingente sia indirizzato pure al controllo dei traffici di armi, ne circolano troppe in tutto lo stato, nonostante l’embargo imposto dalle Nazioni Unite. Solo con il disarmo si potrà indebolire la posizione dei janjawid, le milizie sostenute dal governo sudanese.
Il conflitto, inoltre, interessa anche il Ciad dove già in 140.000 hanno abbandonato case e villaggi, costretti a riparare nei campi profughi.
Intanto il 27 febbraio scorso il procuratore della Corte penale internazionale ha accusato di crimini di guerra il ministro per gli Affari umanitari, Ahmed Haroun, e il leader delle milizie janjawid, Ali Kosheib. Sempre secondo Amnesty international, però, il governo sudanese continua a rifiutarsi di collaborare con la Corte.
Già a novembre 2006, infine, il Presidente internazionale di Medici Senza Frontiera, Rowan Gillies, parlava di “grande sofferenza umana” da parte delle persone recluse nei campi profughi da oltre 30 mesi, impossibilitate ad uscire per cercare cibo ed acqua in quanto rischiano di essere uccise o violentate”.
Così definì cinicamente la guerra il teorico militare Carl Von Clausewitz: “È la continuazione della politica con altri mezzi”.

 

L.M. 

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