| Nessuna meraviglia per il Nobel ad Al Gore |
| domenica 21 ottobre 2007 | |||||||
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Chissà perché tanti si meravigliano per l’assegnazione del Premio Nobel per la pace ad Al Gore. In fondo si è solo allontanato troppo dal clintonismo nelle elezioni del 2000 e le ha perse, non ha mai speso una parola per la pace, anzi è stata la mente organizzatrice dei bombardamenti sulla Serbia, non ha mostrato mai grandi capacità dialettiche, al punto da permettere all'ex ambasciatore italiano negli Usa Rinaldo Petrignani di riprendere, per spiegare quella campagna elettorale, una vecchia definizione di Nixon: "la politica della prosa". C’è chi dietro l’assegnazione dell’importante riconoscimento pensa ci stiano le Nazioni Unite, le quali vorrebbero rimetterlo in corsa per le prossime presidenziali Usa (ipotesi già smentita dallo stesso ex vicepresidente). Ma niente di tutto questo meraviglia, sono “quisquiglie”, “pinzellacchere” come considerava il principe De Curtis in arte Totò, al confronto di quello stesso premio alla pace assegnato a Yaser Arafat nel 1994 (insieme a Shimon Perez e Yitzhak Rabin): proprio quell’Arafat che affermò in un aforisma: “Chiunque stia dalla parte di una giusta causa non può essere definito un terrorista”; che assunse il nome di battaglia di Abu Ammar, il fondatore di Al – Fatah che dal 1959 fu l’organizzazione più scomoda e armata contro Israele nella battaglia per il riconoscimento dello stato Palestinese, poi assorbita nell’Olp (l’Organizzazione per la liberazione della Palestina).Il Nobel per la Pace, nel 1956 si presentò con la kefiah alla Conferenza di Praga, facendola diventare simbolo per milioni di giovani di tutto il mondo che sono contro Israele e, soprattutto, vanno a manifestare per la pace utilizzando la violenza e inneggiando contro le forze dell’ordine. Con l’appoggio della Siria , il Nobel Arafat nel 1964 ordinò un attacco ad un impianto idrico israeliano e, 4 anni dopo, illuse i suoi di avere ottenuto una grande vittoria contro Israele, nascondendo con un dito la verità, cioè il massacro di 150 guerriglieri palestinesi nel villaggio di Karame. Il leader massimo, dal 1970 a capo dell’Armata per la Liberazione della Palestina (ALP), rispose alla reazione della Giordania - dopo la creazione da parte dei fedayn di uno Stato dentro i territori di Re Hussein e mentre la diplomazia mondiale cercava una soluzione pacifica – con il dirottamento e la distruzione di tre aerei di linea giordani. Anche se nel 1972 si dissociò dal rapimento e uccisione di 11 atleti israeliani durante le Olimpiadi di Monaco in Germania, nel 1974 ordinò di fermare ogni azione violenta fuori dei confini di Israele, ma non dentro. Negli anni Ottanta, il Premio Nobel Arafat, strinse un pericoloso legame con Saddam Hussein e l’Iraq, amicizia che gli consentì di rinvigorire l’Olp, uscito stremato dopo la guerra del Libano, e che però non gli permise di discostarsi dal dittatore Baaht alla vigilia della Prima Guerra del Golfo nel '91, anzi lo indusse a sostenere Hussein fino in fondo. Quindi nel 1993, l’avvenimento cruciale che probabilmente condizionò la giuria del premio Nobel: gli accordi di Oslo dove il vero protagonista fu Bill Clinton, il quale risollevò la propria politica estera, tentennante nella parte iniziale del suo primo mandato. Gli accordi di Oslo tra Arafat e Yitzhak Rabin portarono per la prima volta al riconoscimento della legittima esistenza di Israele. Dopo l’assassinio di Rabin e la vittoria elettorale del partito Likud di Benjamin Netanyahu – che ebbe la meglio su Simon Perez -, il dialogo riprese nel 1998 alla Wye River Plantation, dove Clinton convinse Arafat a togliere dallo statuto dell’Olp l’articolo riguardante la distruzione di Israele e strappò a Netanyahu la promessa di restituire parte dei territori occupati alla Palestina. Ma la grande colpa del guerriero Abu Ammar fu non capire che per il bene del suo popolo la successiva proposta di Camp David fosse la migliore e più conveniente delle soluzioni raggiungibili. In un atto di scelleratezza non accettò le concessioni di Ehud Barak, che, su pressioni statunitensi, era intenzionato a restituire ad Arafat ben il 92 per cento dei territori, compresa la valle del Giordano e il controllo della Montagna del Tempio a Gerusalemme. Arafat, negli anni, è stato accusato di proteggere i terroristi, addirittura di avere dato rifugio ad estremisti nel suo quartiere generale a Ramallah e di averne liberati (come alla vigilia dell’attentato di Mahane’ Yehuda nel 2000). Misteri anche sul patrimonio personale lasciato dopo la morte. Il Fondo Monetario Internazionale parla di 900 milioni di dollari spostati su conti correnti bancari a lui stesso intestati. Non si è arrivati mai alla certezza che parte dei fondi fossero utilizzati per finanziare il terrorismo e la stessa Unione Europea ha solo potuto parlare di corruzione generale nel sistema di gestione dell’Autorità Nazionale Palestinese. L.M.
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