Meridione, è tempo di libertà economica
sabato 10 novembre 2007
Per anni ci hanno insegnato che il Meridione avrebbe avuto la sua ripresa economica e sociale se lo Stato avesse deciso di cambiare le politiche in suo favore. E se il punto fosse radicalmente diverso? Se il Meridione avesse bisogno, al posto di una politica per il suo sviluppo, proprio della fine di ogni tentativo di programmare e dirigere il suo progresso? Per chi diffida delle capacità e dell’efficacia dello Stato nel progettare lo sviluppo della società questa domanda non può che avere una risposta positiva.

Siamo proprio certi che le politiche pubbliche possano risollevare il Mezzogiorno? No, non ne siamo sicuri. Anzi, l’esperienza ci insegna che decenni di politiche di convergenza non hanno portato altro che divergenza tra le condizioni economiche e sociali delle regioni del nostro paese. In più queste politiche di convergenza, segnate da assistenzialismo e statalismo, hanno privato la società meridionale di ogni possibile dinamismo e di ogni capacità autoctona di riscatto. Questa è l’aporia di ogni politica pubblica, che, anche quando vorrebbe promuovere il progresso e la libertà, finisce sempre con produrre effetti opposti rispetto a quelli sperati.

Paradossalmente, è solo da quando la capacità finanziaria dello Stato nell’intervenire in favore del Mezzogiorno è diminuita che alcune regioni del Sud (penso alla Sicilia, ma anche alla Puglia) hanno goduto di un’apprezzabile trasformazione e di un significativo progresso. Il fenomeno non stupisce, visto che in genere la storia degli interventi pubblici è costellata da una impressionante serie di fallimenti concatenati gli uni agli altri. L’idea, socialista e cattolica, secondo cui lo Stato avrebbe potuto progettare armonicamente lo sviluppo di intere regioni si è drammaticamente fracassata contro gli scogli della realtà: la svolta non è mai arrivata e la società meridionale è sempre rimasta assistita e sostenuta dalla ricchezza economica prodotta in altre parti del paese e dalla vitalità sociale e culturale del centro-nord.
A questo punto non si può certamente percorrere la strada dissestata che abbiamo alle spalle. Tanto meno si può tornare a usare una formula statalista con il travisamento europeista: la messe di fondi europei che si avviano a prendere la strada delle Regioni obiettivo 1 rischiano di essere più un pericolo che una risorsa, se non si trovano autentiche procedure per evitare che esse vengano impegnate per foraggiare una nuova economia assistita e virtuale (tra cui l’immenso mondo del finto no-profit, che si nutre in gran parte alla mammella europea).

Quale, quindi, la strategia? Tornare alle assunzioni di miriadi di precari poco qualificati nel settore pubblico, come programma l’attuale maggioranza? Chiedere a gran voce nuovi stanziamenti per il Meridione, come fanno molti meridionalisti e autonomisti dell’ultima ora? No, niente di tutto questo. L’unica strategia vincente è quella di promuovere un vasto programma di liberazione delle energie della società meridionale dalla burocrazia e dal suo braccio armato: la pressione fiscale. La defiscalizzazione e la sburocratizzazione sono le frontiere, convergenti, verso cui ci dobbiamo muovere.
Lunedì Eurolab darà il via a una nuova iniziativa su “Libertà economiche e sviluppo del Mezzogiorno”. Si tratta di un convegno organizzato insieme a Istituto Bruno Leoni, uno dei centri di riflessione europei più attivi nel settore della promozione delle libertà economiche. È una grande provocazione liberale e liberista, che serve innanzitutto a tornare a riflettere sul Meridione e sul suo sviluppo, solcando sentieri ancora poco battuti, tentando di aprire spazi di discussione ancora atrofizzati dalla solita nenia politicamente corretta che riempie giornali, libri, televisioni e perfino troppe aule universitarie.

 

Andrea Bellantone 

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