Lo stalinismo non era inevitabile ma probabile
lunedì 10 dicembre 2007

lenin_and_stalin“Lo stalinismo non era inevitabile ma fortemente probabile”. Victor Zaslavsky ne è convinto. Il professore, ospite a Messina di un ciclo di seminari su “La Rivoluzione d’Ottobre” organizzati dalla Fondazione Bonino Pulejo e dall’Università di Messina (Dipartimento di Studi sulla Civiltà Moderna), ha spiegato anche, come ancora oggi, gli archivi russi continuano a fornire materiale inedito agli storici.
A introdurre i lavori il Dott. Piero Orteca, consigliere culturale della Fondazione e i Proff. Pasquale Fornaro e Santi Fedele dell'ateneo peloritano. Zaslavsky, ordinario alla Luiss di Roma, autore di numerose pubblicazioni è uno dei massimi storiografi della realtà sovietica pre e post crollo del Blocco orientale.

 

La sua relazione si è soffermata in particolare sul tema della successione a Vladimir Lenin e l’analisi della situazione politica nel partito bolscevico. “Ma per comprendere l’insieme – spiega Zaslavsky - si deve fare un ulteriore passo indietro e capire l’influsso ideologico che la divisione del movimento socialdemocrativo generò, con la frattura tra menscevichi e bolscevichi: da una parte quindi il marxismo tradizionale (rafforzamento naturale delle masse, presa di coscienza della subordinazione al potere capitalista e rivoluzione socialista globale), e il marxismo leninista (la Rivoluzione non nasce spontaneamente, il processo può essere accelerato grazie alla strutturazione delle organizzazioni, in quanto gli operai da soli non riescono a scoprire la coscienza di classe)”.
Alla fine l’impostazione di Lenin fu quella più longeva in grado di portare alla Rivoluzione del 1917, ma soprattutto di creare le basi del nuovo stato succeduto al potere zarista. “Rimase invece per Lenin un’illusione – continua Zaslavsky – l’idea che la Rivoluzione socialista sarebbe potuta scoppiare nei grandi Paesi industrializzati (Gran Bretagna, Germania ecc.). In un primo momento il fascino del bolscevismo in Europa si fece sentire (1919), ma quando la Russia perse la battaglia decisiva di Varsavia del ’20, e in pratica la Guerra Russo – Polacca, con una controffensiva polacca - che portò a più di 60.000 prigionieri sovietici - le certezze bolsceviche iniziarono a vacillare. Testimonianza di questo, gli ultimi scritti di Lenin caratterizzati da molte contraddizioni e repentini cambi di idee”.

Lenin morì il 24 gennaio 1924. Il clima incerto dopo la sua scomparsa, portò, tra il 1924 e il 1926, ad un biennio di discussioni interne al Pcus. Decisioni e dibattiti dentro i quali l’opinione pubblica non poteva entrare, visto che a votare in Russia era il 2 per cento della popolazione, ovvero i membri del partito stesso e, che con un consenso popolare ampio, poteva portare magari a esiti politici, e di riflesso, storici diversi.
“Comunque – racconta Victor Zaslavsky – all’interno esisteva la posizione di Trotsky, che poi era quella di Lenin: sopprimere la resistenza contadina e unire tutte le forze a sostegno della Rivoluzione mondiale (la sinistra del partito). A destra, invece, Bukharin e i suoi seguaci, che ambivano ad un rafforzamento della rivoluzione solo in Russia e convincere i contadini a passare sotto forme di strutture lavorative nuove, capaci di garantire maggiore benessere”.
Stalin – che Trotsky definiva “insigne mediocrità del partito”, invece, si rivelò un fine teorico e lo stalinismo la sintesi delle idee delle due correnti interne: rivoluzione globale e radicamento socialista dentro i confini sovietici. Questi elementi potevano coesistere se la rivolta si faceva scoppiare nei Paesi confinanti alla Russia, quindi una progressiva estensione (Unione Sovietica).

Alla fine con il 2 per cento “pesante” di consenso, Stalin la spuntò sugli avversari: “Iniziarono così le drammatiche purghe degli anni Trenta – elenca Zaslavsky -, Trotsky fu raggiunto anni dopo, nel 1940, in Messico e ucciso dai sicari di Stalin, la distruzione della classe contadina, dei kulaki (i contadini agiati) per aprire ai piani di industrializzazione che imponevano il reperimento di notevoli risorse interne, visto che all’estero la Russia era bloccata dai forti debiti contratti con le nazioni europee dallo zar e mai restituiti dai bolscevichi. La colletivizzazione provocò 7 milioni di vittime e i fattori collettivi tra 1929 e il 1933 pesarono per oltre il 90 per cento sulla popolazione. Gli agricoltori furono costretti a produrre il cibo per sfamare nelle città i milioni di russi impegnati nell’industrializzazione del Paese”. Questa fu la base per la costruzione del regime sovietico. “Stalin è il naturale erede di Lenin”, sentenzia in ultima battuta Victor Zaslavisky, probabilmente perché le condizioni sociali, economiche e l’assenza di suffragio popolare non potevano togliere i russi da diverso destino. Sono questi gli anni nei quali si costruisce l’Unione Sovietica che ha condizionato la geopolitica dei successivi cinquant’anni e oggi, come Russia, continua ad ambire al suo posto al sole tra le potenze mondiali.

 

L.M. 

 
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