| Non dimentichiamolo: la tradizione liberale nasce dal Risorgimento |
| martedì 18 dicembre 2007 | |||||||
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Da loccidentale.it del 16 dicembre 2007 La questione sul Risorgimento e il suo valore non è un affare che riguardi solo gli storici. Chiunque voglia costruire una forza politica liberale in Italia non può evitare di confrontarsi con la questione risorgimentale, a meno che non si voglia costruire un movimento politico conservatore cominciando col mettere alla berlina la più grande gloria nazionale italiana: il Risorgimento. Sarebbe un inizio decisamente goffo. A quale tradizione dovrebbe richiamarsi la destra liberale italiana, infatti, se non a quella del Risorgimento e dell’Unità? Non credo che ci siano altre speranze: dopo il 1945 il liberalismo è stato il grande sconfitto della cultura e della politica italiana, anche se non ha smesso di dare al nostro paese un contributo importante in termini di idee e di progresso civile e morale. Certo, ci sono esperienze nel secondo dopoguerra che devono fare parte del patrimonio di una destra moderna, riformista e liberale. Ma un movimento conservatore e liberale avrà sempre i piedi di argilla fino a quando non si riconcilierà con la tradizione risorgimentale. Molto si può discutere sugli errori e perfino degli orrori del Risorgimento, ma nessuno può negare che gli uomini del Risorgimento italiano abbiano realizzato uno dei pochi successi della nostra storia nazionale e civile: realizzare l’Unità, dando vita a uno Stato liberale, capace di fare spazio, anche se con la comprensibile fatica, alle grandi masse popolari che si sono affacciate alla vita pubblica a cavallo tra il XIX e il XX secolo. Negare tutto questo vuol dire solo prendere parte a quello strano sport nazionale che consiste nel negare alla nostra società una storia condivisa e concordemente accettata. Ma una destra liberale e conservatrice non dovrebbe fare l’esatto contrario? Non dovrebbe, cioè, lavorare per l’integrazione dei momenti della storia nazionale in un insieme di valori condivisi? Invece, ancora una volta, sembra che si giochi al massacro del Risorgimento. Lo spettacolo di una destra liberale che prenda come suoi modelli Pio IX o i Borbone, che vada in ludibrio per le rivolte sanfediste e per le imprese del Cardinale Ruffo, invece di stare con la Rivoluzione napoletana del 1799, a me pare davvero preoccupante. Vuol dire che la destra liberale italiana ha deciso di rinunciare alla modernità e ha pensato di mettersi a inseguire il carro di un revisionismo storico destinato alla fine a negare i presupposti stessi su cui si fonda quella che chiamiamo democrazia liberale moderna. Dovremmo continuare ad ascoltare il seguirsi di attacchi all’Illuminismo, spacciato per una sorta di bestia nera del liberalismo, senza chiedere che cosa sarebbe stato il liberalismo moderno senza i Lumi? Dobbiamo continuare a considerare illuminati i seguaci del Papa-Re e vili imbecilli o profittatori i tanti intellettuali del Risorgimento italiano? No, non possiamo inneggiare alle doti riformiste dei Borbone e dileggiare Cavour: vorrebbe dire tradire il liberalismo o darne una versione talmente distorta da renderlo sinonimo della più retriva cultura reazionaria. Per una destra liberale e conservatrice, che non voglia rinunciare anche ad essere moderna e riformatrice, il punto decisivo è forse proprio quello del suo rapporto con la tradizione del Risorgimento. Non è solo una questione di polverosi tomi di storia.
Andrea Bellantone
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