Borsellino, non confondere la giustizia con l'accanimento
mercoledì 26 dicembre 2007

rita_borsellino.jpgVogliamo bene a Rita Borsellino. Le siamo vicini perché ha deciso di continuare la battaglia morale di suo fratello contro la mafia e per la Sicilia. Ma non possiamo seguirla in ogni passo che decide di compiere. A volte, infatti, la furia antimafia diventa un’ideologia e finisce per accecare irrimediabilmente chi ne viene affetto. Si tratta di una malattia pericolosa, contro la quale non ci sono vaccini e da cui bisogna proteggersi con uno stile di vita intellettuale molto rigoroso. Guai a chi diventa un orbo dell’antimafia.

 

Dopo la sua candidatura appassionata alla presidenza della Regione Sicilia, Rita Borsellino sembra essersi tramutata in un’Antigone del nostro tempo, chiamata ogni settimana a trovare un mostro contro cui scagliare la purezza immacolata della propria presunzione morale. La sua ideologia dell’antimafia ad ogni costo, perfino al di là di tutti i principi giuridici che reggono in piedi uno stato di diritto (ha chiesto le dimissioni di Totò Cuffaro anche in caso di assoluzione!), è diventata stucchevole. Soprattutto quando la Borsellino si scaglia contro il provvedimento di clemenza nei confronti di Bruno Contrada.

In queste ore, mentre la presidenza della Repubblica e il ministero della Giustizia avviano le procedure per la concessione della grazia a Contrada, la Borsellino ha deciso di aizzare i cani da guardia dell’antimafia contro il ventilato atto di clemenza. Si tratta di un eccesso di zelo, che fa acquisire all’azione pubblica di Rita Borsellino un tratto persecutorio, alla ricerca di una vendetta tanto viscerale quanto indiscriminata. Per questo ci permettiamo di dire che la signorina Borsellino questa volta sbaglia di grosso e rischia di essere moralmente corresponsabile di un omicidio perpetrato «nel nome del popolo italiano».

Come tutti in questo paese sanno, la grazia non cancella le responsabilità morali e giuridiche accertate, ma si limita a evitare che la pena venga espiata. Ecco perché l’intervento della Borsellino contro la grazia a Contrada è fuori luogo e di cattivo gusto. Che senso ha provare ad azzannare un uomo vecchio e malato, nei confronti del quale si sta solo provvedendo agli atti necessari a non farlo morire in carcere? Chiunque abbia letto le dichiarazioni dei medici che si sono occupati di stilare le perizie sullo stato di salute di Bruno Contrada non può fare a meno di capire che la sua permanenza in galera significherebbe una condanna a morte. Forse Rita Borsellino non ha letto quelle perizie, perché non possiamo neppure immaginare che sia sua intenzione favorire la morte di un uomo in nome della fanatica ortodossia ai dogmi dell’antimafia a tutti i costi.

No, Bruno Contrada deve essere liberato. Anche se fosse colpevole dei reati per cui è stato condannato (e non è questo il luogo e il momento per discutere di questa materia, su cui però è legittimo avanzare ogni genere di dubbio), Contrada non dovrebbe restare in carcere, perché sarebbe un atto contrario al senso di umanità e all’antica tradizione giuridica della società italiana. La lotta alla mafia non può compiersi tramite la surrettizia condanna a morte di un uomo malato e indifeso, privato della possibilità di curarsi e sostanzialmente messo nelle condizioni di non potersi nutrire. Una simile azione manifesterebbe solo la voglia di fare trionfare l’ideologia dell’antimafia, facendo però stramazzare al suolo un valore più importante: la giustizia.    

Andrea Bellantone* 


*Leggilo anche su loccidentale.it al link: http://www.loccidentale.it/node/11017

 

 
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