| “L’Utopia della realtà” nella finzione del cinema spiega il ’68 in Italia |
| martedì 27 maggio 2008 | |||||||
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◊ di L.M. Quale miglior sostegno del cinema, quindi, come “medium” d’elezione dell’epoca, per rievocare attraverso il linguaggio e la suggestione delle immagini i vari aspetti della vicenda dei movimenti del ’68; riannodare i fili della memoria; raccontare le trasformazioni socio-culturali innescate dalle lotte studentesche ed operaie e i miti di una generazione, puntando su alcune pellicole in grado di restituire le atmosfere e gli echi ormai sbiaditi di una stagione destinata ad incidere in maniera profonda nella mentalità, nella politica e nel costume della società del Bel Paese. E quindi la luce della macchina da presa ha risolcato i “frame” in movimento di pellicole quali, “La classe operaia va in paradiso”, di Elio Petri, “per l’analisi della dimensione operaia della fabbrica e la lotta di classe” - spiega Antonio Baglio -. “Con “Queimada”, di Gillo Pontecorvo - continua il docente - si è posta l’attenzione sulla vocazione terzomondista del movimento; mentre la contestazione e la rottura generazionale emergono dalla visione de “I sovversivi” dei fratelli Taviani”. La guerra del Vietnam fa da sfondo a “Lettera aperta ad un giornale della sera”, film di Citto Maselli, critico nei confronti del vacuo verbosismo rivoluzionario di intellettuali comunisti ormai pienamente “integrati” nella società capitalistica tanto criticata. Nei vari episodi di “Amore e rabbia”, autori come Lizzani, Pasolini, Godard, Bertolucci e Bellocchio propongono una rilettura in chiave moderna di alcune parabole evangeliche, in un’opera segnata dalla sperimentazione linguistica, in cui emerge la rabbia degli studenti - nell’episodio finale di Bellocchio -, la contestazione e la declinazione dell’utopia. Ha chiuso il ciclo di proiezioni “Giù la testa”(del 1971 e vincitore di un David di Donatello), uno dei capolavori di Sergio Leone, forse troppo riduttivo catalogarlo semplicemente tra i western, e probabilmente, a detta di molti critici, la pellicola meno amata dal regista romano: pare che la scelta di Rod Steiger, poi rivelatasi fortunatissima e magistralmente doppiata dall’indimenticabile voce di Carletto Romano, sia stata imposta dalla produzione, più che voluta da Leone stesso. La generazione del ’68 è quella che segnerà ancora di più il solco di differenze tra destra e sinistra. Sandro Provvisionato e Adalberto Baldoni autori del saggio “A che punto è la notte”, schematizzano bene il distacco ideologico tra “rossi” e “neri”, spiegano come essere di sinistra significava, in quegli anni, vivere dentro l’università o appoggiare la lotta operaia, manifestando e distribuendo volantini davanti alle fabbriche, mentre per i ragazzi di destra organizzare le spedizioni rappresentava l’unica possibilità per uscire da quel recinto di isolamento sociale nel quale, a causa del minoritarismo post- fascismo, erano piombati. Il Sessantotto, dunque, nasce all’interno degli atenei non solo italiani, anzi in Italia è probabilmente il riflesso di un rimuginamento europeo e mondiale, e figlio di quella “beat generation” a stelle e strisce del guru Jack Kerouac e della fronda che va da Neal Cassady a Allen Gisberg fino a Carl Solomon – solo per citarne alcuni – senza dimenticare il menestrello mito di intere generazioni, Bob Dylan. Un periodo nel quale i giovani avvertono un senso profondo di alienazione culturale dalla società nella quale vivono e una bramosia spasmodica di cambiarla. La contestazione arrivò fino al completo rigetto della visione dell’uomo basata sulle nozioni di razionalità e lavoro e al totale rifiuto di ogni espressione sociale, verso una nuova morale edonistica, trasfigurante il misticismo, attraverso la rottura di ogni regola. Sono gli anni della guerra in Vietnam e del crescente malcontento nei confronti del governo americano. Il pensiero diventa azione nel campus di Berkeley, così come a Parigi, a Tokio, a Berlino, a Londra, a Roma e Milano. Da realtà a realtà cambiano i contesti e le tematiche scatenanti, ma le rivolte universitarie del 1964 in California sono parenti del maggio francese o, appunto, del ‘68 in Italia. Una scena spiega emblematicamente il crescere del livore controcorrente. La cronaca è affidata a Bruno Vespa nel suo libro “Storia d’Italia da Mussolini a Berlusconi”, scritto avvalendosi delle preziose testimonianze di Giulio Andreotti: “Il 30 gennaio i nordvietnamiti scatenarono l’offensiva del Tet…mettendo in crisi la monumentale macchina da guerra americana. Un professore settantenne dell’Università di San Diego, California, con i capelli candidi e un gatto color ruggine, diventava il simbolo della contestazione alla guerra in Vietnam e all’intero sistema capitalistico…Si chiamava Herbert Marcuse. L’iniziale del suo nome scrisse “Time” nel marzo di quell’anno, compariva con altre due mitiche “M” – Marx e Mao - sugli striscioni degli studenti che occuparono l’università di Roma. La rivolta di marzo dilagò in Spagna, Brasile, Giappone. Successivamente anche Pagra, con Alexander Dubcek, cercò di vivere giorni di maggiore libertà dal regime di Mosca, diritto legittimo che pagò amaramente con l’ingresso dei carri armati sovietici (20 e 21 agosto) per ristabilire “l’ordine comunista”. Purtroppo, poi, in Italia, il movimento studentesco deviò drammaticamente. Si acuì la strategia della tensione, nacquero i gruppi extraparlamentari, sino all’avvento del partito armato, le Brigate Rosse e la tristissima fine di Aldo Moro, solo per fermare qui la Storia.
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