Stato palestinese e Unione del Mediterraneo, Sarkozy rilancia le sue ricette
mercoledì 25 giugno 2008

di L.M. vedi anche www.ragionpolitica.it del 28/6/2008
sarkozy.jpgAlla voce “demodé”, sul dizionario della lingua italiana De Mauro, si legge “antiquato, superato”, in  poche parole quello che non va più di moda. Sembra l’aggettivo perfetto, cucito addosso, griffato come un abito dalla migliore maison per l’appannato presidente francese Nicolas Sarkozy.

 


Sfioriti gli entusiasmi iniziali, inflazionato dalla cronaca rosa e dal matrimonio con Carla Bruni, ostacolato nella “rupture” della legge sulle 35 ore lavorative settimanali – considerata la riforma più importante della sinistra francese negli ultimi anni – , ai ferri corti con i sindacati che contestano il contratto unico (il 22 maggio per iniziativa di due delle sigle sindacali più forti in Francia, la Cgt e la Cfdt c’è stata una mobilitazione di 700.000 lavoratori e 5 terminali su 7, compresi Marsiglia e Le Havre, rimasti paralizzati per protestare contro la riforma dei porti marittimi); Sarkozy nella sua visita in Israele, durante il discorso davanti alla Knesset (il Parlamento israeliano ndt.) rispolvera la sua vecchia idea, una delle primissime dopo l’insediamento all’Eliseo, ovvero l’Unione del Mediterraneo che, con la crisi libanese, l’atavica tensione tra israeliani e palestinesi, il braccio di ferro mondiale dell’Iran e il governo di Bashar al - Assad in Siria, più che obsoleta sembra addirittura utopistica ma, forse, l’unica via perseguibile.

Monsieur le Président, nel corso della sua visita ufficiale ad Ehud Olmert, ha ribadito che, tutti i nemici di Israele sono nemici della Francia ma, ha anche aperto alla necessità del riconoscimento di uno stato palestinese, come sicurezza per Israele stessa.
“La pace si costruisce con il dialogo e non con le bombe” – ha considerato Sarkozy - e ha ribadito l’impegno della Francia a favore del processo di pace nel corso del semestre di presidenza dell’Ue. Il presidente ha inoltre chiesto al primo ministro israeliano di fermare la costruzione di nuovi insediamenti ebraici. In relazione a tutto questo, nell’agenda presidenziale, non è mancato l’incontro a Betlemme con esponenti dell’Autorità nazionale palestinese e con il presidente Mahmoud Abbass.
È uno Sarkozy nuovo, tirato a lucido, in quanto da sempre considerato il capo di stato più filo-israeliano che la Francia abbia mai avuto dal 1957.

Il rilancio dell’Unione mediterranea avviene in un clima nel quale l’Unione Europea propone nuove sanzioni contro l’Iran e – secondo fonti diplomatiche – il pacchetto Ue contiene anche provvedimenti contro le principali banche della Repubblica islamica, a cominciare dalla “Bank Melli”.

L’azione di Sarkozy, al di là della notevole e ambiziosa idea di unire tutti i popoli e le culture che si affacciano nell’area mediterranea, è quella di volere scompaginare le strategie messe fin ora sul tavolo e cucire nuovi equilibri in una delle zone più calde del globo.
Se da un lato, infatti, l’Iran ha sempre considerato Israele il grande nemico alleato filo – occidentale degli Usa e oppressore dei palestinesi, dall’altro, sarebbe difficile persino per il governo integralista di Mahmud Ahmadinejad, continuare a mantenere la tensione alta e minacciare Olmert e gli Stati Uniti, qualora i governi (israeliano e palestinese) - sensibilizzati dalle proposte di Sarkozy - avviassero davvero un dialogo diplomatico costruttivo.

Sembra la tattica della terra bruciata senza il bisogno di fare la guerra, un piano che tende a isolare Teheran e rompere l’asse atomico tra Iran, Siria e Corea, le quali secondo quanto scrive “Spiegel”, basandosi su fonti dei servizi segreti tedeschi, hanno aiutato l’Iran a sviluppare il programma nucleare, consentendo la costruzione di un sito atomico in territorio siriano, ad al Kibar, distrutto nel settembre scorso da un raid aereo israeliano condotto in accordo con gli Stati Uniti.

La diplomazia del presidente francese ha sicuramente valutato altri aspetti e nel gioco di equilibri della regione, con i riflessi che ne subiscono l’Europa e il mondo intero Usa compresi, uno fondamentale rimane il “gioco” al rialzo del prezzo del petrolio. Fare scendere Ahmadinejad a più miti consigli, significa allentare l’ostruzionismo che l’Iran opera sul prezzo ormai stellare dei barili di petrolio (con le inevitabili ripercussioni nella vendita dei carburanti) e permettere di rompere il veto all’aumento delle produzioni di greggio, che l’Arabia Saudita vuole incrementare per aiutare i Paesi occidentali e gli amici americani in testa.
Per questo il re saudita Abdullah ha convocato il vertice di Gedda, assemblea che vede la partecipazione dei delegati di 38 nazioni e numerose compagnie petrolifere, tra le quali l’Eni. La ricetta saudita, spiega “Il Foglio”, consiste nell’aumento della produzione di petrolio fino a 10 milioni di barili al giorno o, se passerà la linea sunnita più moderata, fino a 9,7 milioni che, comunque, rappresenta l’incremento più alto dal 1981.
In questo modo “Riad – spiega sempre il giornale diretto da Giuliano Ferrara – assottiglierà di molto le proprie scorte, essenziali per garantire un riequilibrio del mercato in grande crisi”. 

Il rilancio dell’Unione del Mediterraneo nella nuova impostazione dell’Eliseo, però, passa attraverso le valutazioni e le posizioni che assumeranno gli Stati Uniti nei prossimi mesi, soprattutto dopo il risultato delle elezioni presidenziali di novembre.

Intanto dopo una tregua di quattro giorni nella Striscia di Gaza, grazie alla mediazione egiziana tra Israele e Hamas, il governo Olmert ha deciso di chiudere i valichi di zona in risposta ad un lancio di razzi contro il territorio ebraico. A dare la notizia è stato il ministro della Difesa israeliano Ehud Barak.

 
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