| Il lodo Alfano l'ultimo tentativo di riaffermare l'autonomia del potere politico |
| sabato 12 luglio 2008 | |||||||
|
di Andrea Bellantone Da più o meno tre lustri l’Italia vive lo scontro tra i poteri costituzionali. Solo una democrazia molto “scettica” e tutto sommato disincantata come la nostra avrebbe potuto resistere più o meno indenne a una simile sollecitazione. Non credo che altri paesi europei avrebbero mai consentito un simile continuativo corrompersi dei rapporti tra poteri dello Stato, accettando di fatto il perpetrarsi del caos costituzionale per quindici anni. L’attrito tra poteri costituzionali è però giunto al suo limite massimo, oltre il quale c’è solo il collasso. Che fare? Le alternative ormai sono due: accettare la deriva giustizialista della nostra democrazia o riaffermare con determinazione (e anche a costo di qualche gesto grossolano sotto il profilo morale, giuridico e politico) l’indipendenza e l’autonomia della politica. Siamo di fronte a una situazione in cui l’unico criterio è ormai la decisione tra le due prospettive, che non sono più conciliabili. Chi pensava di potere mantenere in un unico quadro armonico le ragioni (e ce ne sono, naturalmente) della magistratura militante e quelle della politica deve ormai rassegnarsi a rendersi conto che la cornice è definitivamente saltata. Di qui si va solo verso un’ulteriore guerra civile (più o meno fredda). Come tutti sanno, il governo presieduto da Romano Prodi è crollato per un preciso corto circuito tra potere giudiziario e potere politico. Il caso dell’Udeur e della famiglia Mastella, è emblematico. Ma non si deve neppure dimenticare il polverone “Unipol” e il tentativo di delegittimazione dell’area più concretamente riformista dei Ds. Né possiamo nasconderci che qualcuno vorrebbe mettere anche l’attuale governo sotto la minaccia dello schiaffo giudiziario (o del gossip delle intercettazioni, per essere più precisi). Indipendentemente da come la si pensi su Craxi e Forlani, su Berlusconi e Previti, su D’Alema e su Mastella, quel che è chiaro che da quindici anni la nostra democrazia è malata a causa della delegittimazione della politica. Di questa malattia la prima vittima è il paese, che vede di volta in volta rinviate le riforme necessarie alla sua crescita (o almeno a rallentare il suo declino). Il lodo Alfano, con tutta evidenza, rappresenta il gesto di forza tramite il quale la politica può riaffermare il proprio primato. Non si tratta di una decisione indolore: è, al contrario, un atto politicamente violento, sovrano e, come tutti gli atti sovrani, manifesta la volontà di tagliare di netto un nodo Gordiano che rischia di strangolare le istituzioni. Se c’è qualcosa di incomprensibile, in tutto questo, è il fatto che il Pd non abbia capito l’importanza della posta in gioco o – peggio ancora – non voglia partecipare a questa rivendicazione della dignità della politica di fronte alla magistratura militante. Venuta meno la pregiudiziale della cosiddetta legge blocca processi, il PD non ha più scusanti: si deve votare il lodo Alfano e farla finita con il giustizialismo della Procure, delle piazze e dei circoli dei benpensanti.
Powered by !JoomlaComment 3.25
3.25 Copyright (C) 2007 Alain Georgette / Copyright (C) 2006 Frantisek Hliva. All rights reserved." |
|||||||
| < Prec. | Pros. > |
|---|









