Torna "Indymedia", padre del giornalismo partecipativo. Ha rivoluzionato i media e la comunicazione
mercoledì 16 luglio 2008

di L.M.
indymedia.jpgDopo due anni di silenzio, “Indymedia” o “Imc”, nella versione italiana (italy.indymedia.org), torna a dire la sua. Una voce fuori dal coro e - come sempre nello spirito dei suoi ideatori – libera e anonima; ma soprattutto la voce del movimento “no global”.
Il sito mondiale, nato nel 1999, ed espressione del popolo di Seattle – i contestatori vennero chiamati così, dopo la protesta nel novembre di quell’anno durante una conferenza dei ministri nell’ambito dell’Omc (Organizzazione mondiale del commercio) - ha rappresentato la grande rivoluzione fra gli internauti.

Nato per dare voce a quell’informazione che non veniva coperta dai media tradizionali, il “ciclone indy” è riuscito in pochi anni a sdoganare il monopolio del web in mano ai grandi “provider” (tra la fine degli anni Novanta e il nuovo secolo) e a trasformarlo in sconfinato e globale raccoglitore sociale di idee ed opinioni. Partendo dal concetto prettamente informatico di “open source”, vale a dire un programma lasciato con il codice sorgente aperto e quindi elaborabile da diversi sviluppatori (oggi attualissimo nei sistemi operativi), gli ideatori di Seattle diedero vita al cosiddetto “open content”, simile al “source”, ma con la differenza che ad essere “aperti” non erano i codici, bensì testi, foto, articoli, notizie, immagini, video, musica, messi a disposizione degli utenti della Rete.

In più il fenomeno tecnologico si contraddistinse per l’innovazione dei ”newswire”, ovvero la nascita dei “blog”, all’interno dei quali chiunque poteva pubblicare informazioni.
In soli 3 anni, dal 1999 al 2002, “Indymedia” crebbe in maniera oceanica: nel 2002 si contavano 89 “Imc” sparse in tutto il mondo, divise in 31 stati e 6 continenti. Solo negli Stati Uniti ne esistevano 39, mentre 11 erano nate in Canada.
L’elemento affascinante per l’epoca fu che, non essendo ancora come oggi facile aggiornare un sito internet, gli utenti di “Indymedia”, realizzarono il loro “villaggio globale” attraverso un passaggio planetario delle “password” di accesso.

Non è necessario fare una cronistoria per capire quanto tutto ciò ha influito sull’evoluzione del web che noi oggi conosciamo e utilizziamo, e alla nascita di fenomeni mondiali quali “Wikipedia”, “Myspace”, “YouTube” e i giornali esclusivamente online. Si è sviluppata, inoltre, un’informazione aggiornata minuto dopo minuto, ancora più veloce della stessa tv e, soprattutto, non più monopolio in mano ai soli professionisti della comunicazione.
Anche le testate tradizionali si sono dovute adeguare e, se da una parte a fianco all’edizione cartacea si è sviluppata quella web, il vero fenomeno è stato il doversi adattare a raccogliere informazioni dagli utenti, dalla “strada” stessa. Quanti avvenimenti - spesso purtroppo tragici - ogni giorno vengono coperti da amatori che immortalano "attimi" di cronaca con la loro fotocamera o con il videofonino. Se torniamo indietro con la memoria, ad esempio, le prime immagini del tragico incidente nel tunnel nella metropolitana di Roma, dell’ottobre 2006, furono diffuse proprio da un utente che aveva ripreso tutto con il cellulare.

Oggi siamo nell’era della seconda rivoluzione di internet, il web 2.0, che accoglie sempre più contenuti, e permette con mezzi tecnologici e piattaforme semplici ma allo stesso tempo avanzate, una completa partecipazione attiva della gente al processo di comunicazione e diffusione di contenuti online.

A questa trasformazione della comunicazione non è rimasta certamente immune la televisione. Tanti programmi, specie i “talk show”, sono sommersi dalle richieste di persone che vogliono partecipare, dire la loro e fare il programma stesso, anche se fisicamente assenti dallo studio. E allora non è un caso che negli Usa si va verso una ricerca costante della “personalizzazione del format”. È la fine del modello “crossfire”: un conduttore non schierato, due opinionisti di fronte con idee totalmente differenti e in mezzo il vuoto.
A conferma di questo, negli Stati Uniti, calano le quotazioni del guru Larry King “anchorman” principe della “Cnn” e famoso nel mondo per un giornalismo dalle domande a raffica e diventano seguitissime le risposte che in diretta elargisce ai telespettatori Bill O’Reilly.

Naturalmente più grande è la massa di opinioni, più difficile rimane controllare l’informazione corretta. Molti siti da qualche anno si sono dotati di moderatori che controllano quanto arriva prima di pubblicarlo, mentre “l’open content”, specie per i materiali protetti da “copyright”, ha generato un dibattito e azioni legali tra le grandi “majors” della rete (vedi l’ultima in ordine di tempo quella tra “Viacom” e “Google”, proprietaria di “YouTube”), un argomento, quest’ultimo, dal punto di vista legislativo e legale non ancora di facilissima interpretazione.

Certamente, però, è più difficile assistere a situazioni spiacevoli innescate dalla totale indipendenza e dall’anonimato dell’accesso. A proposito infatti di “Indymedia”, spesso si sono dimostrati imbarazzanti i contenuti presenti nei “blog”: nel 2003 “Google”, dopo aver ricevuto molte lamentele sui contenuti dei “newswire”, che definivano l’esercito israeliano “Zionazi forces”, decise di escludere molte “Imc” dal suo motore di ricerca.

“Indymedia Italia” riapre, e nella sua “homepage”, ricorda di avere perso un pezzo importante. Si legge: “Non c’è più Sbancor è morto alla fine di aprile. I suoi interventi, puntuali e controversi, hanno stimolato le riflessioni di tante e tanti di noi… Brindiamo inneggiando alla vecchia talpa, che fino all’ultimo è riuscita a stupirci con i suoi “coup de théâtre”.

 
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