| In pericolo le regole dello stato liberale se non si mette mano alla riforma della giustizia |
| domenica 27 luglio 2008 | |||||||
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◊ di Andrea Bellantone Alcuni casi giudiziari recenti o recentissimi (la sevizia imposta con la reclusione a Bruno Contrada o la tortura della custodia cautelare in carcere a Ottaviano Del Turco) mostrano ancora una volta il livello di imbarbarimento cui è giunta una parte della magistratura italiana. D’altro canto, le vicende delle intercettazioni telefoniche e del loro uso politico o economico, con il beneplacito dei grandi direttori dei giornali italiani, mette in risalto un altro preoccupante aspetto della vicenda. Di fronte a tutto questo sarebbe difficile pensare che la riforma della giustizia non costituisca una priorità per il paese. Non solo e non tanto perché essa tocca personaggi eccellenti, ma soprattutto perché il grande misfatto è quello che si compie ogni giorno a danno di migliaia di persone qualunque, ridotte a semplici vittime indifese di un meccanismo sempre più tremendo e autoreferenziale. La giustizia italiana, soprattutto nel suo aspetto penale, ricorda sempre di più lo spettro kafkiano (quando, come nel caso dei numerosi delitti di sangue irrisolti nel nostro paese, non mostra semplicemente un totale fallimento dei suoi uomini, delle sue procedure, dei suoi strumenti). Mettere mano a questo aspetto delicato della vita della Repubblica non è quindi meno urgente che trattare la questione del potere d’acquisto delle famiglie o del precariato nel mondo del lavoro. Chi pensa di distogliere l’attenzione dai temi scottanti della giustizia evocando problemi sociali più urgenti non ha capito (o fa finta di non avere capito) le regole fondamentali dello stato liberale, per cui il diritto alla libertà e alla difesa di fronte alla giustizia, così come il problema della distinzione e reciproca autonomia del potere politico da quello giudiziario, sono le precondizioni per lo svolgersi di una vita pubblica davvero equilibrata e rispettosa della dignità umana.
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