"Pietas e prudentia" per la Nuova Europa
giovedì 31 luglio 2008
◊ di Andrea Bellantone
Per quasi venti anni il progetto europeista è diventato il ricettacolo di tutte le tendenze escatologiche residue della cultura europea. Ancora oggi, naturalmente, la gran parte dell’europeismo si identifica con un modello che disprezza le identità nazionali (considerandole un residuo ingombrante del passato) e che interpreta l’integrazione europea come l’ultima frontiera della rigenerazione giacobina dell’umanità (naturalmente ostile a ogni elemento tradizionale e popolare).

  Non si tratta dell’unica possibile via per essere europeisti. Al contrario, è possibile immaginare un progetto di integrazione europea che non passi tramite la damnatio memoriae della storia del nostro continente e che abbia un approccio pragmatico. Pragmatico: non vuol dire utilitarista o cinico, ma vuol dire piuttosto che sia in grado di fare i conti con la realtà storica dell’Europa, dimostrando pietas e rispetto per le sue istituzioni tradizionali (il cristianesimo, le nazioni, la famiglia, le sovranità e così via dicendo). Si tratterebbe, naturalmente, di un’idea spiccatamente conservative dell’europeismo, motivata non dalla paura del futuro, ma da una razionalità storica prudente, pacata e riformista.

Il grande fallimento dell’Unione ad ogni passaggio popolare (i referendum in Francia, in Olanda, in Irlanda) è la dimostrazione che non si può costruire un progetto di europeismo contro i popoli europei o, se si preferisce, contro la loro storia. Il potente paradigma costruttivista e giacobino che si nasconde dietro questa pretesa è costantemente cozzato contro un fatto indubitabile: i popoli amano l’Europa, ma non amano per nulla ciò che l’UE è diventata negli ultimi decenni. Se si vuole davvero risvegliare il progetto europeista, si deve necessariamente rimetterlo in discussione dalle fondamenta, senza paura di criticare a fondo tutto quello che è stato fatto negli ultimi decenni.

Questo rivolgimento dell’europeismo equivale a tramutare un’altra volta l’Europa da utopia (parola davvero maledetta della cultura contemporanea) a progetto politico credibile, tornando a quello stile di lenti e piccoli passi che i padri fondatori avevano utilizzato per promuovere il loro programma di unificazione. Le parole chiave di questo nuovo corso dovranno essere pietas e prudentia: due concetti in disuso e forse invisi a buona parte degli intellettuali contemporanei, e tuttavia mai così indispensabili come ai nostri giorni.
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