Il ritorno della "Bestia"
sabato 27 settembre 2008
◊ di Andrea Bellantone 
Torna, lo Stato torna. Che il liberismo di una certa parte della cultura italiana fosse provvisorio, per non dire mimato per conformismo, lo si sapeva. Quel che non si sapeva, ma che si poteva forse immaginare, era che sarebbe bastato lo spettro di una crisi finanziaria (sulla cui gravità e sulle cui conseguenze occorre ancora riflettere, prima di emettere giudizi catastrofisti) per dare la stura al dietrofront generalizzato e riportare tutti dietro lo stendardo dello statalismo. 
Lo Stato, si sa, ha da sempre giustificato la sua pretesa totalitaria grazie all’argomento della crisi: la crisi morale, la crisi economica, la crisi sociale, la crisi istituzionale, la crisi criminale e così via dicendo.

Lo Stato è sempre stato considerato l’unico attore in grado di fare fronte agli squilibri, di risolverli con le sue capacità di intervento e di previsione. È il mito dello Stato sociale, garante di una giustizia pubblica capace di estirpare la sofferenza e l’iniquità dalla società. Questa tesi, anche oggi, è fondata su un pregiudizio difficile a morire: quello della presunta superiorità conoscitiva e predittiva dello Stato, reso mitico da un’ideologia che lo ipostatizzato e ha immaginato le sue ipotetiche capacità di programmazione e di intervento. In realtà, lo Stato non gode di nessuna capacità eccezionale: è fatto da uomini, che non divengono più lungimiranti o potenti solo perché siedono sugli scranni del potere istituzionale, politico e burocratico. Né c’è, d’altronde, un altro soggetto storico dotato di conoscenze o poteri di programmazione eccezionali: la storia è fatta da individui, ciascuno dei quali ha un suo orizzonte invalicabile, che non gli consente di immaginare gli esiti ultimi delle sue azioni e che gli impedisce di comprendere fino in fondo quali saranno gli effetti dei suoi comportamenti.

Il ritorno dello statalismo di questi mesi è solo figlio della rapida dimenticanza della lezione metodologica del Novecento, che è stato il secolo dello statalismo pienamente dispiegato nella sua ferocia meccanica e sistematica. Oggi si sente nuovamente parlare di intervento pubblico in economia, di partecipazioni statali, di ritorno dello Stato, come se queste politiche fossero la panacea di tutti i mali e come se finalmente fosse giunto il tempo della vendetta del socialismo. La verità è altra: si tenta solo di esorcizzare il timore dell’instabilità (che in un sistema di mercato è l’unico modo per eliminare i veri squilibri e riportare quindi uno sviluppo più armonico), rimettendo tutti i poteri nelle mani del grande Leviatano, i cui fattucchieri pensano di potere ricollocare la storia sul suo giusto binario.

Naturalmente, lo sappiamo molto bene, questa illusione procura solo le dure repliche della storia, da un lato l’impoverimento e dall’altro l’affievolimento delle nostre libertà: due processi che in realtà sono un unico e medesimo svilimento della nostra esistenza. Bisogna quindi stare attenti, non cessare di combattere, perché il ritorno dello Stato potrebbe davvero essere il ritorno della "Bestia".

 

 
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