Caso Contrada, la Cassazione nega la revisione del processo
giovedì 09 ottobre 2008
» di L.M.
palazzo_della_cassazione.jpgLa Cassazione nega la revisione del processo a Bruno Contrada. La quinta sezione ha rigettato l’istanza presentata dall’avv. Giuseppe Lipera, difensore di Contrada, confermando la decisione presa a febbraio dalla Corte d'Appello di Caltanissetta.
Un nuovo stop per la difesa dell’ex vicecapo del Sisde che punta ad ogni costo alla revisione, dopo la condanna di Contrada a 10 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa, confermata in via definitiva dalla Cassazione nel maggio 2007.
È solo un rinvio – ha commentato Lipera – subito dopo avere appreso la notizia e nell’attesa di leggere le motivazioni dei Supremi giudici (ci vorrà un mese).

Intanto la difesa incassa il sì della prima sezione penale sempre del Palazzaccio che ha deciso per il riesame della richiesta di differimento pena, dopo che il tribunale di sorveglianza di Napoli nel luglio scorso si era, invece, pronunciato negativamente.
 Il rinvio del quale parla l’avvocato di Contrada è dettato dal fatto che la difesa punta sull'udienza camerale del 5 novembre prossimo quando davanti al Gip di Caltanissetta si discuterà sulla richiesta di archiviazione delle indagini nata da un esposto-denuncia presentato dall’ex funzionario di Stato. Proprio in quell’occasione dice il legale della difesa potrebbe essere riconosciuta l’estraneità del suo assistito. Continua insomma a non crederci e a non darsi per vinto l’avv. Lipera che lunedì scorso ha convocato una conferenza stampa nel suo studio di Catania per spiegare i motivi che lo spingono a insistere sull’innocenza del suo assistito, definendo “una baggianata” l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, in quanto se l’accusa mossa all’ex dirigente di Stato è quella di avere fatto fuggire i latitanti, allora il reato non è più quello, ma si profila il favoreggiamento personale con l'aggravante mafiosa.

“ll concorso esterno - ha sottolineato il difensore di Contrada – è avvolto nella nebbia, basato su un principio “fantasmagorico”, la cosiddetta “convergenza del molteplice”. Un sistema che non dimentichiamolo portò alla condanna in primo grado anche di un certo Enzo Tortora: una concatenazione di anelli, appunto “la convergenza del molteplice”, che unisce le varie testimonianze dei pentiti, nei processi di mafia, fino a trasformarle in prove: questo nel caso in cui non ci siano riscontri certi che sostengano l’accusa.
Non c’è dunque mai fine al caso Contrada che solo il 24 luglio scorso ha ottenuto gli arresti domiciliari per gravi problemi di salute.

L’istanza di revisione del processo è stata impostata da Lipera, in base all’inattendibilità, riconosciuta nei processi a carico di Giulio Andreotti e del magistrato Corrado Carnevale, di quegli stessi pentiti che, invece, hanno di fatto condannano Bruno Contrada, in quegli anni componente della “squadra dei giusti”, il gruppo di lavoro al comando di Boris Giuliano capo della Mobile di Palermo ucciso da Leoluca Bagarella il 21 luglio 1979. Ma la motivazione differente (ritenuta “ininfluente”) dai giudici nel caso dell’ex numero tre del Sisde è motivata dal fatto che durante il processo a Contrada le dichiarazioni rilasciate dai pentiti sono state supportate per buona parte e riscontrate dalle testimonianze rese da ex colleghi di lavoro dello stesso imputato.

Intanto i legali dell’ex poliziotto raccolgono un altro mezzo successo grazie allo spostamento degli arresti domiciliari da Napoli a Palermo, dove il malato ex dirigente riabbraccia la moglie, dopo il discutibile trasferimento (la polizia penitenziaria è piombata alle 5 del mattino in casa della sorella quasi a voler confezionare il blitz a carico di chissà quale pericoloso criminale).

 
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