Il Medioriente e la voce dell'Europa
lunedì 07 agosto 2006
La crisi israelo-libanese non fa che confermare con la tragica chiarezza delle armi una verità già svelata. Il dilemma della sicurezza mediorientale offre il campo politico (e militare) su cui misurare la realtà dei rapporti e dei conflitti, latenti o rivelati, tra i soggetti internazionali. Risulta tutt'altro che scontato sottolineare come il dilemma della sicurezza sia una questione che investe tutti i paesi dell' area e non solo il governo di Tel-Aviv. Il sacrosanto diritto/dovere di Israele a difendersi si legittima solo in regime di reciprocità, e bisogna in tal senso rifuggire dalle culturalmente comode tentazioni manichee d’interpretare il problema come un conflitto tra buoni e cattivi. Del resto la salda posizione pro-Israele anche stavolta espressa da Washington lascia all’Europa la possibilità di presentarsi come unico, credibile garante della neutralità del negoziato diplomatico internazionale. E’ proprio questa collocazione tendenzialmente bipartisan a interferire con le supposte priorità israeliane e d’oltreoceano. La volontà più volte ribadita da Olmert di non subordinare al “cessate le ostilità” l’intervento di una forza multinazionale d’interposizione, ma al contrario di richiederne il dispiegamento a operazioni militari in corso, conferma l’ intenzione israeliana di non delegare la soluzione del conflitto a mediazioni sovra-nazionali neutrali. Natura e obiettivi di questa forza multinazionale costituiscono d’altrocanto parte integrante della questione. L’intervento di un contingente armato con regole d’ingaggio ben diverse da quelle delle tradizionali missioni di peace keeping, che abbia in sé la capacità di garantire l’ applicazione della risoluzione 1559 sul disarmo Hezbollah, presuppone una forte e decisa assunzione di responsabilità da parte di quei governi che parteciperanno all’invio di truppe di peace enforcing. Sotto quest’aspetto il coinvolgimento defilato delle Us forces paventato da Washington rappresenterebbe un risvolto positivo per la missione, considerando che in varia misura i governi e la società arabo-musulmana mal sopporterebbero un ‘ulteriore sovra-esposizione della presenza americana nell’area, significando di converso la necessità di un impegno superiore per le potenze europee coinvolte sul campo. Hic et nunc più che in passato l’Europa sembra disposta a parlare a una voce, non più inibita in qualcuna delle sue componenti (vedi il caso Italia) dal complesso di subalternità atlantica. Hic et nunc l’Europa ha un’altra opportunità per decidere se presentarsi al mondo come Unione di diversi piuttosto che come Insieme di opposti. Sarebbe il caso di non perdere questa occasione.

Pietro Di  Pietro
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