Cattività libanese
domenica 03 settembre 2006
Non è difficile capire che quando i caschi blu dell'Onu pianteranno le loro bandiere in Libano inizierà non una missione, ma una prigionia. Luogo dell'ambiguità per eccellenza, il Palazzo di Vetro è incapace di volontà politica chiara, tanto più quando si tratta di sciogliere i nodi gordiani della lotta al terrorismo islamista.
I suoi caschi blu saranno quindi prigionieri dell'ambiguità politica che li ha consegnati a una missione che tiene uniti magistralmente i tratti della difficoltà e dell'inutilità. Una missione difficile, perché dovrà mantenere un'equidistanza sciamannata tra i contendenti; ma anche una missione inutile, perché proprio il sofisma dell'equidistanza tra l'aggressore (Hezbollah) e l'aggredito (Israele) impedirà qualsiasi attività costruttiva al corpo di spedizione. Cosa faranno i caschi blu quando Israele impedirà il traffico di razzi dalla Siria al Libano? E cosa faranno quando Hezbollah deciderà di scagliare qualche attacco sui villaggi israeliani? Guarderanno la scia degli eventi, secondo una solida tradizione delle missioni Onu: un'organizzazione che ha tra i suoi soci paesi come la Cina, l'Iran, la Libia e Cuba, davvero poco qualificati a difendere la libertà e la pace nel mondo. I caschi blu dell'Onu saranno ancora una volta prigionieri di una missione politicamente indecisa, dietro la cui confusione rimane la debolezza etica nell'individuare l'amico e il nemico, le ragioni della libertà e le farneticazioni dell'integralismo islamista. Non credo che sia difficile riconoscere in questa debolezza etica, che si risolve in confusione politica e in rischio militare altissimo, il tratto specifico della cultura europea contemporanea, la cui consapevolezza morale è offuscata da uno storicismo malamente inteso e da un relativismo che non si distingue più dallo scetticismo. Non è un caso che i promotori di questa missione difficile e inutile siano proprio i paesi dell'Europa continentale - Francia, Italia e Germania innanzitutto -, mentre le grandi democrazie anglosassoni si siano tenute saggiamente lontane dal partecipare alla missione. Gran Bretagna e Stati Uniti hanno ormai da anni la consapevolezza che solo spezzando il sofisma dell'equidistanza si potrà vincere la battaglia culturale, e quindi politica e militare, contro l'integralismo islamista. Non si tratta di andare in Libano per stabilire la pace, ma di andare in Libano per fare vincere la libertà contro l'attacco dell'integralismo islamista. Ecco perché la vera missione necessaria sarebbe stata una missione NATO, indirizzata alla difesa delle istituzioni democratiche libanesi, al disarmo di Hezbollah, alla protezione di Israele, una missione inquadrata in un progetto più vasto per l'adesione di Tel Aviv all'interno dell'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico. Ma purtroppo la via scelta è stata un'altra: una pericolosa trappola per i contingenti militari che saranno inviati nel Paese dei cedri.


Andrea Bellantone

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