Haiti e la catastrofe
domenica 17 gennaio 2010

Ieri mattina ricevo una mail e scopro che il terremoto di Haiti mi era più vicino del previsto. Ricordo degli studenti haitiani, conosciuti a Parigi, durante un mio viaggio di ricerca. Ironia della sorte, con quegli amici avevamo parlato a lungo del senso della catastrofe nel mondo antico e nel mondo moderno. Qualcuno di loro oggi sarà imprigionato sotto le macerie di un palazzo, altri staranno pensando a come sopravvivere in questi giorni di barbarie. A me non resta che riflettere sul senso della catastrofe, ammesso che vi sia un senso in tutto questo, ripercorrendo i temi delle nostre antiche discussioni.

Le grandi catastrofi hanno sempre avuto un senso rivelativo per l'uomo. Basta pensare al diluvio che gli dèi inviano per fermare il frastuono provocato dagli uomini, secondo l'antica saga mesopotamica di Gilgames. Oppure si può pensare ai grandi racconti di distruzione presenti nella Bibbia: Sodoma e Gomorra - e naturalmente, ancora una volta, il grande diluvio universale. La catastrofe, nelle antiche mitologie, gioca quindi il ruolo di una punizione, inviata dalle forze divine per sferzare un'umanità che pecca.

Non così nei tempi moderni: la modernità nasce con l'illusione che la propria ragione possa condurre l'umanità al di là del male (è il mito del progresso), ma si scontra spesso con la forza ostile della natura, che non risponde alle ingiunzioni della razionalità. Questo scontro - sempre tragico - è stato il tema di un celebre poema, quello che Voltaire scrisse in occasione del terremoto di Lisbona. Tra le macerie della città, gli illuministi cominciarono a vedere il grande enigma di una razionalità che doveva fare i conti con qualcosa che le era ostile: imprevedibile e mostruoso. La catastrofe diventava quindi non una punizione di peccati, ma solo il momento in cui rammentare la finitezza della ragione e la difficoltà di fondarne le pretese universali.

La catastrofe di questi giorni non è né la saetta di una divinità infuriata né l'occasione per riflettere sulla debolezza della nostra ragione progressista. In entrambi questi casi si trattava infatti della catastrofe come fenomeno collettivo, che colpiva una civiltà, una società, una cultura. Il profeta biblico che leggeva nella catastrofe la punizione di un dio o il profeta storico che leggeva nella catastrofe la potenza irrazionale della natura, vedevano comunque qualcosa che riguardava soprattutto delle comunità e non degli individui.

Oggi siamo siamo di fronte ad altro: ciò che la catastrofe colpisce è un paese poverissimo, frammentato in un'infinità di corpi singoli, ciascuno dei quali ci rimanda alla fine di un individuo, di un volto, di una persona. Una volta tanto, seppure nella sua spietatezza tecnica e vuota, la televisione può esserci di aiuto: essa ci mostra la pesantezza di migliaia di cadaveri abbandonati, ponendoci di fronte alla rude verità di ogni catastrofe, di ogni tragedia, di ogni apparizione inane del male nella storia.

Non assistiamo a una civilità che crolla, a una cultura umiliata nella sua pretesa di progresso, ma solo alla catastrofe di migliaia di singoli uomini che possedevano una sola cosa: la loro singolarità. Spesso questi cadaveri ci appaiono rovesciati, con il volto a terra, visibili solo da dietro, in un gesto di estrema umanità, perché è è nel viso che essi avevano - da vivi - la traccia della loro dignità ed è nel viso che mostrano - da morti - il senso orribile della loro fine.

La catastrofe contemporanea è quindi qualcosa che ha soprattutto a che vedere con la verità della fine di un singolo, ripetuta infinite volte. La consolazione, che un tempo si trovava nella spiegazione teologica o filosofica della catastrofe, si tramuta nella semplice malinconia e tristezza di chi assiste alla visione tremenda di ciascun corpo immobile, di quello che resta di ciascuna persona morta in questa tragedia.

Qui davvero sentiamo cosa significa la parola irredimibile e che senso abbia la ferocia della natura quando investe, con tutta la sua ira cieca, non una collettività ma un singolo. Nelle immagini strazianti della disgrazia di ogni uomo che muore sotto cumuli di macerie, trascinato in un attimo nell'abisso in cui egli è solo con se stesso a fronteggiare una potenza davvero smisurata, leggiamo forse un destino che inevitabilmente tocca ciascuno di noi e che ci lascia giustamente attoniti.

Haiti, come diversi anni fa, dall'altra parte del globo, le rive dell'Oceano Indiano, diventa per noi un'occasione per sentire - nel riverbero di un male che tocca l'intero mondo - il dovere di porre domande inquietanti. Per quando la speranza voglia avere qualcosa da dire - anche solo una parola, in nome della fede - questi non sono giorni in cui si possa davvero vedere la luce di un'aurora. In questo non c'è niente di male: perfino Nostro Signore, appeso alla sua Croce, ha avuto il dubbio di essere stato abbandonato.

 

Andrea Bellantone

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