Reportage: "Spettri d'Europa", di Letizia Zuccaro
domenica 15 ottobre 2006
reportage_letiziaAll'inizio del mese di maggio del 2006, mi trovavo per lavoro lungo la costa ragusana, con il compito di documentare, in una ricerca, la lenta trasformazione delle dune sabbiose che caratterizzano i litorali di Santa Croce Camerina, Scoglitti, Scicli fino a Pozzallo.
Era con me un amico fotografo che, conoscendo la zona, mi faceva da guida per il percorso. E', infatti, più difficile di quanto possa sembrare orientarsi in quest'area, a prima vista poco abitata, fra distese a perdita d'occhio di serre coltivate.
Fu proprio l'abbondanza di questi sistemi agricoli, tanto numerosi e vasti da costituire una delle cause più evidenti del mutamento territoriale che stavo studiando, a colpire la nostra attenzione, inducendoci a riflettere su un altro aspetto che delineava la fisionomia dell'ambiente in cui eravamo: la presenza silenziosa e al tempo stesso pulsante di lavoratori extracomunitari. L'estesa e silente marea di serre, all'apparenza desolate, era a ben vedere un centro di attività frenetiche, in cui la presenza umana era nascosta, ma protagonista.
Ci accorgevamo, percorrendo le strade di campagna, di incrociare di tanto in tanto un auto, un furgone, o un mezzo da lavoro, con a bordo uomini, per lo più nord africani, che ci osservavano forse un po' stupiti dalla macchina fotografica. Non ci incoraggiava sapere che, appena qualche settimana prima del nostro arrivo, proprio tra queste serre un agricoltore maghrebino era stato assassinato con un colpo di pistola alla testa, sembrerebbe per un regolamento di conti all'interno dei clan che si contendono la mano d'opera straniera.
Anche nei vicoli dei centri abitati, come a Santa Croce, ci si imbatte, con la stessa frequenza fra gli abitanti, in nuclei consistenti di immigrati, molti uomini e poche donne dal capo coperto da veli in compagnia dei loro bambini. Sulla strada che conduce alla località di Scoglitti, nel crocevia ove sono poste le insegne segnaletiche che indicano la direzione verso il sito archeologico di Camarina, addirittura un bar, isolato e molto frequentato, gestito da extracomunitari, in questo caso slavi. Qui, appunto, gli immigrati che lavorano nei campi, soprattutto come raccoglitori di pomodori, vengono a bere qualcosa di fresco per poi tornare a sparire come "spettri" fra i teli plastificati e le piantine delle serre. Molti di loro sono già immigrati di seconda generazione, figli cioè, di migranti, trasferitisi qui da anni, perfettamente integrati nel sistema lavorativo, se non sociale, di queste zone. Altri, invece, molto più schivi e diffidenti nei confronti dell'obbiettivo, sono evidentemente solo di passaggio, fino alla fine della stagione di raccolta.
Le coste siracusane e ragusane sono l'emblema della questione immigrazione. Tanto più lo sono, rispetto ai luoghi classici di confluenza come Lampedusa, perché qui è notevole l'opportunità di trovare un appoggio ed una sistemazione, anche solo temporanea, da altri connazionali già integrati, e soprattutto la possibilità concreta di iniziare un lavoro, sebbene stagionale, e quindi di guadagnare una prima base economica per riprendere il cammino verso l'Europa.

L'attuale legge nazionale, c.d. Bossi - Fini, prevede che i migranti prelevati dai barconi malconci sulle coste siciliane, siano trasferiti nei Centri di prima accoglienza, anticamera dei più discussi Centri di Permanenza Temporanea, dove, in mancanza di un accertamento sicuro della nazionalità, ricevono un Foglio di via con l'ordine di lasciare il suolo italiano entro cinque giorni. Facile immaginare che nessuno di loro, dopo aver pagato in media duemila euro per giungere in Italia, lasci il nostro territorio in ottemperanza alla legge. Se, da un lato, il reato di immigrazione clandestina è sancito da norme nazionali su cui giustamente si dibatte, d'altra parte, il diritto internazionale non prevede il reato di traffico e trasporto internazionale di migranti. Questo, paradossalmente, significa che i mercanti di vite umane rimangono impuniti in acque internazionali. Fino a qualche anno fa, i clandestini venivano condotti in Italia accompagnati sui gommoni fino alle coste dagli stessi scafisti, dopo essere stati spogliati da ogni documento che ne potesse certificare identità e nazionalità di origine. Ora, invece, vengono lasciati ai limiti delle acque nazionali italiane su decrepiti barconi da pesca la cui perdita è irrilevante per chi gestisce il business. Ma la differenza più significativa risiede forse nel fatto che ormai sono gli stessi migranti, prima di imbarcarsi, a scegliere di non portare con sé alcun documento di identificazione. Sanno che, così facendo, potranno dire alle autorità italiane di provenire da qualsiasi paese afflitto dalla guerra civile e/o chiedere di poter beneficiare del diritto di asilo nel nostro paese. Questo, se non altro, per avere il tempo di organizzarsi prima di ripartire verso l'Europa. Alcuni di loro, sono al secondo tentativo dopo essere stati espulsi una prima volta. Questo complica le cose maledettamente, perché le autorità italiane hanno registrate le loro impronte digitali e possono quindi identificarli. E così, che tanti disperati arrivano a ustionarsi i polpastrelli con l'acido o procurarsi abrasioni che ne impediscano la rilevazione digitale.
Mi recai quindi a Ragusa, dove sapevo essere molto attiva su questo fronte la Caritas Diocesana. Fui subito ricevuta da un volontario, Vincenzo, molto preparato sull'argomento e sensibile ai problemi dell'accoglienza e dell'integrazione. La lunga chiacchierata mi fu utile a decodificare la realtà incontrata lungo le strade. La stima di migranti nella Provincia di Ragusa per il 2005 si aggira sulla cifra di 11.500 stranieri regolarmente soggiornanti. Si tratta della cifra più alta mai raggiunta in Provincia, con l'incidenza più elevata di tutta la Sicilia (3,75 stranieri ogni 100 abitanti). La provincia presenta anche l'incidenza di minori stranieri più alta in Sicilia con più di 29 bambini stranieri ogni mille minori residenti. La loro forte crescita è dovuta alla costituzione di nuovi nuclei familiari o al ricongiungimento, spie di un'immigrazione che sempre più percepisce sé stessa come stabile.
La Sicilia, porta naturale verso l'Africa e prima porta di accesso all'Europa, è esposta agli sbarchi come a un fenomeno fisiologico dei movimenti migratori. Nel 2004, secondo i dati del Ministero dell'Interno, sono state intercettate sulle coste italiane 13.635 persone, e addirittura il 99,7% degli sbarchi ha coinvolto le coste siciliane. Il fenomeno, prevedibilmente, è alimentato da una consistente economia sommersa e da alcuni settori dell'economia legale strutturalmente dipendenti dal lavoro nero che nel futuro continueranno ad attirare immigrazione illegale. A Ragusa il forte inserimento degli immigrati nel comparto agricolo è dovuto alla richiesta di manodopera, in alcuni casi anche qualificata, del sistema delle serre delle piccole e medie imprese, dovuta alla mancanza di disponibilità di manodopera locale. L'intera economia della serricoltura e della floricoltura crollerebbe in un attimo senza la forza-lavoro immigrata, motivo per il quale l'attuale legislazione sull'immigrazione, con la sua stretta alle politiche di ammissione, ha provocato un notevole malcontento tra gli imprenditori iblei.
Gli immigrati fanno inevitabilmente parte del nostro futuro, perché il flusso migratorio che sta cambiando il volto dell'Europa è connesso alla globalizzazione, all'evoluzione demografica del continente e agli squilibri economici tra occidente e resto del mondo.
Ad oggi non esiste ancora una politica europea dell'immigrazione, nonostante le istituzioni comunitarie possano assumere provvedimenti vincolanti per i paesi membri in tema di visti, rimpatri, permessi di soggiorno, rifugiati e sfollati. D'altro canto, i singoli paesi sono restii a rinunciare alla loro sovranità su queste materie, che regolano per lo più partendo da una visione dell'immigrazione come fenomeno contingente.

La legislazione nazionale è caratterizzata da una regolazione istituzionale carente che si affida ampiamente all'azione di supplenza della società civile, e dalla distanza tra le previsioni di legge e la loro concreta applicazione. Essa è espressione di una politica restrittiva basata su una visione di transitorietà e singolarità della presenza dello straniero, diretta ad assecondare i bisogni del mercato del lavoro. Manca una normativa sul diritto di asilo. Gli ingressi sono contingentati sulla base di quote stabilite dall'Esecutivo, che sono inferiori alle esigenze del mercato del lavoro. In tal modo si finisce per incentivare le immigrazioni irregolari, cui si ovvia con il ripetuto e anomalo ricorso alla regolarizzazione di massa. Sono conseguentemente inadeguati i servizi di assistenza: da qui l'opera di supplenza della Caritas e delle altre organizzazioni non governative.
Le migrazioni, regolari e non, sono ampiamente correlate alla diffusione e al radicamento culturale del lavoro "nero", apparentemente una facilitazione dell'assorbimento, ma in realtà con costi sociali enormi. L'attuale legislazione è inadatta a fronteggiare la delicata problematica posta dal fenomeno dei clandestini, che rischia di essere interamente assorbita nelle tematiche dell'ordine pubblico e della sicurezza. Le strutture predisposte per l'accoglienza, con la loro insufficienza, di fatto non consentono un trattamento degli arrivati rispettoso della loro dignità.
E' necessario che la regolamentazione sia modificata in modo da rispettare i diritti dei migranti e dei richiedenti asilo. La Caritas ha chiesto ai governi regionale siciliano e nazionale l'applicazione di una chiara politica dell'asilo e l'apertura dei flussi di ingresso legali per ricerca di lavoro, per tentare di sconfiggere chi specula sulla pelle dei clandestini disperati.
Inasprire i controlli in mare allo scopo di scoraggiare gli arrivi rappresenta quindi un grave errore, foriero di nuove tragedie. Particolarmente grave appare l'annuncio, dato dal Governo italiano, di volere procedere al pattugliamento al limite dei confini territoriali marittimi con la Libia allo scopo di contrastare l'uscita delle imbarcazioni dai porti e restituire i migranti stessi alle autorità libiche. La Libia è un paese che non da' alcuna garanzia di tutela dei diritti fondamentali dell'Uomo ed in particolare dei potenziali richiedenti asilo, non avendo, come è noto, ad oggi, neppure ratificato la Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati. Attuare con la Libia accordi di rimpatrio o altre forme di collaborazione rappresenta, pertanto, una gravissima violazione delle normative internazionali, comunitarie e di diritto interno.
L'imperativo, oggi, per l'Italia e l'Unione Europea consiste nell'accettare il fenomeno strutturale dell'immigrazione, nel governarlo senza pretendere di contrastarlo, nel garantire un regolare accesso al territorio e al mercato del lavoro nonché l'accesso alla procedura di asilo.

Letizia Zuccaro
 
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